30.4.06

Una piccola vita

Per essere definita tale, una buona giornata dovrebbe essere una piccola vita.
Bisognerebbe alzarsi di buon mattino, far colazione guardare il sole ricevendone un impulso forte al desiderio di esistenza.
Fino a prima di pranzo occorrerebbe darsi a gioia sfrenata.
Il pomeriggio dovrebbe essere per l'amore, e non bisognerebbe arrivare alla sera senza aver creato qualche cosa di nuovo, scoperto qualcosa di bello e imparato qualcosa di interessante.
La cena dovrebbe essere leggera, ma completata da piccole dolcezze.
Alla sera, poi, le ore prima del sonno dovrebbero essere dedicate alla contemplazione di quanto meravigliosa sia stata la propria giornata e la stanchezza, solo allora, non sarebbe di peso ma accompagnerebbe un riposo meritato e desiderato.


23.4.06

Contromano

E se la strada giusta davvero non fosse questa?

Ho addosso la sensazione untuosa che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in tutto ciò che faccio.

Cosa sarebbe successo se Leonardo fosse diventato aiutante fornaio?
Se Mozart avesse studiato legge?
Se Michelangelo avesse aperto un'osteria?
Se Valentino Rossi si fosse dato all'informatica?
Se Charlie Chaplin fosse diventato uno spazzacamino?
Se Neftalì Ricardo Reyes fosse restato un semplice diplomatico?

Non tutti quelli che hanno regalato qualcosa di importante al mondo erano degli irripetibili geni. Io credo che ognuno abbia il suo giusto posto, che al suo giusto posto possa fare qualcosa di grande e che il problema sia solo quello di capire dove bisogna andare.

Certe volte credo che il posto giusto per me non sia quello che tanto affannosamente sto lavorando per costruirmi.

E se la strada giusta davvero non fosse questa?

18.4.06

Vinyago

Quanti giorni ci ho messo per scrivervi questo post, Dio solo lo sa (sicchè, visto che io lo so, io sono Dio. Beh, se non altro il sillogismo non fa una piega).
Ma è che per poter parlare delle proprie Lei con la necessaria attendibilità bisogna portarsi in uno stato di eccitazione particolare, io credo. Uno stato di eccitazione elettronica che si genera di tanto in tanto per non meglio precisati motivi. Per me, spesso si tratta dell'incontro fortuito con altri occhi in cui specchiarsi innamorandosi di altre Lei. Tutte, una per una, ad ognuna la sua magia e il suo profumo irresistibile.

Ma la mia... la mia è speciale.
Perché affonda dentro di me in un impeto sensuale e terrificante allo stesso tempo. Una di quelle cose che ti colpiscono a tre anni e non ti mollano più. Un incubo assurdo, capovolto, insensato e pazzo, orrido e nero, un fascino invincibile d'eleganza per la vista e per l'udito. Qualcosa che Freud afferrerebbe appena, e che io rincorro da sempre.
Invano, peraltro, e questo ovviamente non può che amplificare infinitamente la mia eccitazione fino alla nevrilità assoluta. Mi sfugge, maledetta, tra parole e linee. C'è qualcosa che può riportarmi ad una me ancestrale dietro il tempo, ed è questo.

Psssss: e se accettate in sussurro un consiglio, cercate il vostro qualcosa...

Ma ciò di cui ho desiderio di parlarvi è il dubbio che mi è sorto di recente, dopo una conferenza.
Esiste un'Africa per me? Esiste, la mia Africa?
Non un libro di Karen Blixen, ma qualcosa che non riuscirei a spiegarvi meglio che lasciandovi ascoltare ciò che ascoltate ora e chiedendovi di vedere Kirikù e la strega Karabà. E infatti in tutto questo tempo ancora non sono riuscita a trovare un'immagine per spiegarvela. Lei.
Non so se è più desiderio o paura, quello che ho di andarci e trovare che nulla di ciò che ho dentro esiste in effetti.
Il mio desiderio di cooperazione nasce anche e soprattutto da questo, ma in una maniera probabilmente ancora un po' immatura e distorta e impura, e infatti non posso non interrogarmi sull'egoismo che nasconde (o mostra) il desiderio incontenibile di andare in un posto per trovare se stessi, anziché qualcun altro. Ma per il momento, questo è. E d'altra parte, nessuno deve costringersi a rinunciare ai propri desideri inconsci, fino a che questi non nuocciono ad altri... non credete?

Non so quanti nella testa abbiamo una Terra Promessa.
Tu ce l'hai?

(Buona ricerca.)
Maat


Dhe ndërkaq, shqip qoftë im i parë ki.
Ka një gjuhë për çdo moshe dhe kohë dhe vend... e ky është imi, tashti.

14.4.06

Au centro

Look at me
Across the border
To Paris boulevard
Je me souviens now
do centro del mundo
that's rising into my mind

Follow me, meravigliosa
no homeland and no disguise
my rendez-vous c'est
au centro del mundo
ni tengo nombre tonight

Am I in no time?
Am I in no space?
Au centro del mundo
centro del mundo

Before I die
quiero salir de esta vida
to be inside
mi casa is called now
el centro del mundo
es mi destino to fly

From a tribe
venue d'etoiles
pour chercher des espoires
my rendez-vous c'est
au centro del mundo
that's rising into my mind

Am I in no time?
Am I in no space?
Au centro del mundo...



13.4.06

So unwillingly am I.

Easter holidays, an exam about to come, and the most useless unwillingness and disgust for studying and anything else (just like it wasn't enough). Always the exact right moment, I'd say. And I do, goddamn.
So nothing better than staying here blethering unuseful Anglo-saxon boring noises. Bleah.

[Five minute pause.]

Nevertheless, still no cooler ideas. Oh, such-a-bore, and what a lexical poverty! Oh, my own invented vocabulary!
I'd so much like to be able to speak every language just as I speak mine. But that's not the engeeners' thing, you know.
You technicolor world, you multifaced existence: forgive the desperate immorality of my psychical disorders, and simply show me how easy it all could be. But maybe it couldn't.
Mmm, my delirium seems someway more dignified if painted this way. Well, I could even pass off as normal. Oh, God save us...
And now? Twenty past ten p.m., a certain amount of meat showing not the slightest intention of leaving my stomach, the desire of running fading away... and nothing more worth living...

Disturbi cronici: la mia parte intollerante

Sono diventata intollerante alla noia. No, davvero, di un'intolleranza allergica che ha del patologico. Se mi annoio, sto male fisicamente. Comincio, nell'ordine, ad avvertire: un lieve stato confusionale, indolensimento degli arti inferiori, capogiri, sonnolenza invincibile, nervosismo e una sorta di claustrofobia intellettuale che, ovunque mi trovi, mi fa sentire un desiderio incontenibile di scappare via.
Il che mi fa fare delle incredibili figure di merda... Devo fare un lavoro di gruppo? Ho la responsabilità di molte persone sulle mie spalle? Guai se il lavoro affidatomi mi annoia minimamente. Riesco a diventare di gran lunga più inaffidabile ed egoista di quanto già non sia (e lo sono!), ma solo per un istinto di sopravvivenza personale che però nessuno può comprendere...
Che situazione imbarazzante.
Aiuto! Consigli?

10.4.06

Ho scelto un'altra scuola: son bombarolo!


Premetto che questo post è scritto mentre i risultati delle elezioni non sono ancora disponibili, appena dopo una tardiva visita allo sportello 35 del seggio a me preposto.
Ho fatto il mio dovere.
Non avevo mai scritto di politica qui su. Me lo avevano impedito la mia scarsa cultura sull'argomento e la mia debole capacità di discernimento, ma tant'è. Oggi sono stata cittadina votante nonostante il mio desiderio di un personale silenzio elettorale, poichè stavolta le due per me pari sono.
Volevo giusto portare alla luce il mio personale timore per queste elezioni. Per prima cosa, votare a sinistra per vedere Prodi sostituirsi a Berlusconi mi sembra davvero un controsenso* ed un insulto al mio buongusto.
Ciò che non riesce a lasciarmi dormire tranquilla è, come sempre, accorgermi che si sta facendo del manicheismo bello e buono. Che c'è un cattivo, e tutti gli altri santi, poeti, filosofi e professori. E io non accetto questo anche solo per la legge dei grandi numeri.
Mi spaventa, soprattutto, chi sbandiera la presunta mancanza di informazione sulle schifezze nascoste dietro il governo dello Smemorato di Cologno: io dico che mai sono circolate, in un modo o nell'altro, notizie di tanti tipi sui (solo presunti o anche fondati che siano, non fa differenza alcuna!!) traffici del Nano Bandanamunito, e che invece mai circoleranno altrettante indiscrezioni sulla persona del Mortazza. Sbaglio?
Siamo, ahimè (e dico ahimè perchè vorrei il contrario), in un paese in cui la sinistra sta meglio all'opposizione che al governo, per il semplice fatto che tutto viene messo a tacere quando così non è. E se ciò fosse a ragion veduta, se cioè si realizzassero effettivi rivolgimenti utili alla nazione e svanissero le annosità connaturate ad essa, ben sarei felice di portare bandiera rossa giorno e notte. Poichè invece a capo di tutto c'è un ex democristiano con più scheletri nell'armadio che libri in biblioteca, poichè gli interessi in gioco sono proprio gli stessi di quell'altro (ma mascherati di certo meglio e quantomeno con un po' meno gusto per il ridicolo), io mollo tutto e mi concedo a un Plasil compresse sublinguali, contro la nausea.

E tuttavia ho votato, ma mai vi dirò come. :D
Anzi: voglio vedere se indovinate. Nessun indizio. Sono sicura che non azzeccherà nessuno.
Buona fortuna...






* per chi c'era ieri nel surreale tragitto post-concerto:
T: «dove vai!? è controsenso!!»
M: «Controsenso, controsenso... in questo posto è tutto un controsenso!»

:D

8.4.06

Visioni


III

[...]
Se non spezzi le catene durante la tua vita,
quale speranza di liberazione nella morte?

[...]
Kabir dice: «È lo Spirito di ricerca
che aiuta. Io sono schiavo

di questo Spirito di ricerca».

VI

[...]
Quando l'amore per l'Io e per il Mio
sarà estinto, solo allora
l'opera del Signore sarà compiuta.
Perché il lavoro non ha altro scopo,
se non di portare alla conoscenza.
Quando ciò avviene, allora
il lavoro è terminato.

XVII

[...]
Che meraviglioso loto sboccia nel cuore
della ruota che tesse l'universo!

Solo alcune anime candide

ne provano vera delizia.
La musica pervade tutto,
e la il cuore è partecipe
della gioia del Mare Infinito.
[...]
Là la Musica Silente risuona.
È la musica dell'amore dei tre mondi.

XIX

[...]
Hai dormito per innumerevoli epoche.
Non vuoi destarti nemmeno questa mattina?

XX

A quale riva vorresti traghettare,
oh cuore mio? Nessuno è in viagio
davanti a te, non c'è alcuna strada.
Dov'é il movimento,
dov'è la quiete su quella riva?
Non c'è acqua. Né c'è barca,
né c'è barcaiolo.
Non c'è fune a sufficienza per alare
la barca, né c'è uomo per tirarla.
Né terra, né cielo, né tempo,
né altro là. Né riva, né guado!
Là, non vi sono né cormpo né mente.
E dov'é il luogo che spegnerà
la sete dell'anima? Non troverai
nulla in quel vuoto.
Sii forte, entra nel tuo stesso corpo.
Poiché là lo sgabello è ben saldo.
Valuta tutto ciò, oh cuore mio!
Non andare altrove.
Kabir dice: «Abbandona ogni fantasia
e rimani fermo in ciò che sei».

XXXII

Danza, cuore mio!
Danza oggi con gioia.
I canti d'amore colmano di musica
i giorni e la notte, e il mondo
ne ascolta le melodie.
Pazze di gioia, la vita e la morte
danzano al ritmo di questa musica.
Le colline e il mare e la terra
danzano. Il mondo dell'uomo
danza fra risa e lacrime
.
Perché indossare l'abito del monaco,
e vivere lontano dal mondo

in solitario orgoglio?

Guarda! Il mio cuore danza
nella gioia di cento arti
.
E il Creatore ne è lieto.

XXXVII

[...]
Quando un cavaliere coraggioso
scende in campo, una schiera
di codardi si mette in fuga.
Dura e faticosa è la lotta di colui
che cerca la verità. Perchè il voto
di colui che cerca la verità
è più impegnativo di quello
del guerriero, o di quello della vedova
che seguirebbe il proprio sposo.
Il guerriero combatte per poche ore,
e la lotta della vedova con la morte
si esaurisce in fretta.
Ma la battaglia di colui che cerca la verità
continua giorno e notte, e non trova fine
che con la vita.

LXII

[...]
E chi può aver insegnato all'amore
a trovare beatitudine

nella rinuncia?

XCI

Io ho appreso il sanscrito. Quindi,
lascia che tutti gli uomini mi chiamino saggio.
Ma a che pro tutto questo,
se vado alla deriva, arso dalla sete,

e consumato dalla fiamma del desiderio?

[da I canti di Kabir, poeta mistico indiano, XVI secolo]

1.4.06

Canone in_versi

Sisina

Imaginez Diane en galant équipage
Parcourant les forêts ou battant les halliers
Cheveux et gorge au vent, s'enivrant de tapage
Superbe et défiant les meilleurs cavaliers!

Avez-vous vu Théroigne, amante du carnage,
Excitant à l'assaut un peuple sans souliers,
La joue et l'oeil en feu, jouant son personnage,
Et montant, sabre au poing, les royaux escaliers?

Telle la Sisina! Mais la douce guerrière
A l'âme charitable autant que meutrière;
Son courage, affolé de poudre et de tambours,

Devant les suppliants sait mettre bas les armes,
Et son coeur, ravagé par la flamme, a toujours,
pour qui s'en montre digne, un réservoir de larmes.

***
Immaginate Diana in un corteo galante
Pecorrere foreste o battere le macchie,
Capelli e seno al vento, ebbra di strepito,
Superba mentre sfida i migliori cavalieri!

Avete visto Théroigne, amante del massacro,
Che eccita all'assalto un popolo ch'è scalzo
La gota e l'occhio in fuoco, che interpreta il suo ruolo,
E affronta, spada in pugno, reali scalinate?

Così è Sisina! Ma la dolce amazzone
Ha l'anima indulgente così come assassina

Il suo coraggio, acceso da polvere e tamburi,

Davanti ai supplicanti sa metter giù le armi
E il cuore suo, preso in fiamme, ha sempre
Per chi se ne mostri degno, una riserva di lacrime.


[Charles Baudelaire, traduit en façon pas approprié par Maat]

Vi prego, leggete

http://notadisciplinare.blogspot.com/

26.3.06

Il Paradiso?

Incenso, marzo, Rachmaninov e una penna.
C'è aria di montagna. Sono le cinque ed è ancora presto.

Su di me, una stanchezza leggera.
La consapevolezza di un Ordine
transitorio.

Solitariamente vivo la delizia di una stasi primaverile e cancello gli affanni nel colore del tè.

21.3.06

Un consiglio

Per visualizzare per bene il blog, vi consiglio di non usare Internet Explorer, ma Mozilla Firefox, che potete scaricare facilmente:

http://www.mozillaitalia.org/firefox/

Merci ;)

Percorsi estetici, parte III: antica Cina, il loto fragrante

Rieccoci. Terza puntata.
Ah, un consiglio. Stavolta, per il vostro bene, non intraprendete il viaggio se siete deboli di stomaco.

No, non sono scarpe per bambola quelle che vedete e, che ci crediate o no, non sono nemmeno scarpe per neonati.

Nella Cina imperiale (ricordiamo che l’Impero cinese è caduto nel 1911), sin dal X secolo, se non da prima ancora, era in uso la pratica della fasciatura dei piedi della donna.
A partire da giovanissime (tra i due e gli otto anni), le bambine delle famiglie nobili ed agiate - ma inseguito, per emulazione, anche quelle delle classi contadine - venivano iniziate a questa pratica estetica ricca di significati sociologici ed erotici.

L’operazione veniva eseguita mediante fasciature strettissime attorno al piede, che ne ostacolavano il normale processo di sviluppo. Per restare piccoli, fra i 7 e i 12 centimetri al massimo, i piedini delle bambine venivano fasciati con bende di cotone che li tenevano stretti notte e giorno fino a deformarli stabilmente. Le quattro dita piccole venivano ripiegate e strette con le bende contro la pianta del piede, in modo da renderla più affusolata e, contemporaneamente, il piede veniva accorciato forzando l'alluce ed il calcagno l'uno contro l'altro, in modo che l'arco del piede assumesse una forma fortemente convessa e il piede nel suo complesso si disponesse in forma di mezzaluna (e ciò era possibile grazie all'elasticità dell'ossatura infantile). Con la crescita l'arco si rompeva, così come si fratturavano le falangi delle dita ripiegate. Di conseguenza, il piede poteva sopportare il peso del corpo soltanto sul tallone. Se questo procedimento iniziava entro i primi anni di vita, l'esperienza della bambina era meno dolorosa che non nei casi in cui, soprattutto nelle famiglie contadine, essa veniva lasciata con i piedi intatti fino all'età di dieci o dodici anni, perché potesse aiutare più a lungo in casa e nei campi.
Dopo i primi due anni dall'inizio della fasciatura, il dolore diminuiva, ma in ogni caso la fasciatura dei piedi comportava un tormento quotidiano, che sarebbe continuato per tutta la vita. Una volta deformati a piacere, i piedi bendati erano poco utili a stare in piedi perché ovviamente, privi della normale elasticità, erano un sostegno instabile e faticoso e, dato che il peso del corpo era trasferito tutto sui talloni, la persona doveva oscillare continuamente avanti e indietro per mantenersi in equilibrio. Adele M. Fielde, una missionaria vissuta per circa dieci anni a Shantou verso la fine del XIX secolo, raccontava che «Durante il processo la carne andava spesso in putrefazione, parti della pianta si squamavano e a volte cadevano una o più dita. Il dolore persisteva per circa un anno e quindi diminuiva d’intensità, finché, verso la fine del secondo anno, i piedi perdevano ogni sensibilità e risultavano praticamente morti». Tra i 13 e i 15 anni lo sviluppo osseo cessava e il “loto” era pronto per essere segretamente ammirato dai pretendenti della giovane donna.

In effetti, l’usanza venne ad assumere col tempo connotati sempre più estremi e significati sempre più complessi. Si pensa infatti che le prime a fasciarsi i piedi fossero state certe danzatrici di corte e quindi sembra ragionevole pensare che, almeno in un primo momento, la pratica fosse meno costrittiva e meno invalidante… o le danzatrici non avrebbero chiaramente potuto continuare a dirsi tali.

In seguito, col diffondersi della “moda” tra le varie classi sociali si sviluppò il vizioso meccanismo di ricerca della perfezione assoluta che condusse, come già detto, ad iniziare la fasciatura dei piedi in bambine di soli due anni. Questo portava generalmente l’inabilità quasi totale delle donne, che per camminare dovevano appoggiarsi alle pareti o a bastoni o, ancora, ad altre persone. È chiaro quindi come la preferenza estetico - erotica tipicamente cinese per un piede “naturalmente” piccolo si fosse trasformata in una pratica di dichiarazione pubblica di sottomissione totale della donna, pronta a soffrire pene indicibili per decenni e a rinunciare alla propria libertà di movimento per il solo soddisfacimento del desiderio maschile.
E in effetti esiste una vasta letteratura erotica in proposito. È il caso di citare un aristocratico di nome Fang Xun - probabilmente uno pseudonimo - che, autonominatosi “dottore del loto fragrante”, con esaltati slanci lirici elencò le componenti estetiche necessarie perché il piede rimpicciolito fosse degno di lode, riportò alcuni commenti critici e analizzò i giochi del bere per la cui esecuzione erano indispensabili le scarpine . Seguendo l’ordine sistematico di un’opera botanica, produsse la Classificazione delle qualità dei loti fragranti enumerando cinquantotto varietà di loti umani, incluse nella classificazione sia i piedi ben fasciati e splendidamente dotati come pure quelli brutti e disgustosi a vedersi. “Petalo di loto”, “Luna nuova”, “Arco armonioso", “Virgulto di bambù” e “Castagna d’acqua” erano i termini eufonici dati ai modelli principali. Rotondità, morbidezza ed eleganza erano le tre qualità più rare del piede; un piede gracile, infatti, raffreddava la passione di chi lo guardava, uno troppo robusto comprometteva la femminilità e, per un piede che fosse volgare, nessuna medicina avrebbe potuto togliere questo difetto. La rotondità e la morbidezza potevano venire apprezzate con gli occhi, ma l’eleganza era una qualità che solo l’intelletto poteva intendere. Inoltre fissò nove categorie di bellezza, che comparò ufficialmente alle nove classi in cui era divisa la società cinese. Le prime tre erano:

“Qualità divina”, né grassa né magra ma di forma perfetta come l’antica bellezza Xi Shi di sublimi sembianze.
“Qualità meravigliosa”, debole ed esile come un ramo di salice che pende in cerca di appoggio e che si piega alla brezza.
“Qualità immortale”, con ossa diritte e disarticolate, simile a chi viveva tra le montagne nutrendosi di cose selvatiche, pronta a fuggir via se cercavi di afferrarla. Gli altri sei gradi erano guastati da imperfezioni sempre più evidenti e gravi.

Esistevano ovviamente anche termini ironici coniati appositamente per le donne con i piedi grandi. La ragazza poteva essere schernita per i suoi piedi di carpa o di aringa, o essere chiamata “demone dai piedi grandi” e alle sue scarpe si affibbiava a volte l’appellativo di “barche a cornacchia”. Una giovane che aveva i piedi fasciati male poteva essere beffata come “verde zenzero davanti, uovo d’oca dietro”. Poesie e canti popolari biasimavano le donne con i piedi grandi.
A censore dei piedi naturali si ergeva, ancora una volta, Fang Xun. Ecco alcuni passi tratti dalla sua Miscellanea del giardino d’oro, decisamente rappresentativi della mentalità cinese dell’epoca e di quanto la pratica della fasciatura avesse influenzato la psicologia sessuale dei cinesi:

Sarcasmo: mandare all’inferno una donna con i piedi grandi fingendo di lodarla con il dire che le estremità dei suoi arti inferiori hanno lo stesso ridente aspetto di quello di Guanyin, dea dai piedi naturali.
Infanzia sciupata: bambina che non praticò con scrupolosità la fasciatura dei piedi e che ora, dato che nessuno apprezza i suoi piedi grandi, deve sposar
e un uomo povero e portare per tutta la vita scarpe di vimini e calze dozzinali.
Ridicolo: donna con i piedi grandi che critica una dama con i piedi piccoli, accusandola di esserseli stretti eccessivamente allo scopo di attirare il maschio.
La pazzia delle mie contemporanee: donne che per timore della fasciatura seguono la moda dei piedi naturali delle Manciù.

Vista poco piacevole: l’ancheggiare di una donna che ha i piedi grandi.
Causa di compassione: donna bella con piedi grandi.

Pensieri reconditi: fantasticare su chi abbia lasciato le piccole orme al bordo della strada.
Dolce diletto: sposare una donna che senti essere descritta come bella, levarle dapprima il velo nuziale e quindi prendere tra le mani i suoi delicati piedini.

Era tale l’attrazione feticista dell’uomo cinese per il piede femminile, che addirittura era più facile che una donna mostrasse i suoi genitali che i suoi piedi sfasciati. Persino per il marito essi restavano quasi sempre un misterioso oggetto del desiderio racchiuso in calze di seta e scarpine preziosissime, confezionate dalla donna stessa, ancora una volta a costituire manifesto delle proprie virtù di raffinatezza e buona manualità.

Il primo passo (ed è proprio il caso di dirlo) verso l’abolizione di questa incredibile pratica fu un decreto emanato dall’Impero nel 1902. Tuttavia, l’usanza era profondamente radicata e il provvedimento legislativo non poté che portare scompiglio e contraddizione. Si giunse all’assurdo per cui si rinnegava legalmente la pratica del divorzio dalle donne con i piedi piccoli ma contemporaneamente, con un’ordinanza del 1928, esse venivano negli effetti perseguitate, sottoposte a discriminazioni e alla sfasciatura forzata ad opera delle forze di polizia.

L’usanza del loto continuò tuttavia negli ambienti rurali più legati alle tradizioni e non cessò definitivamente che con l’avvento della Repubblica Popolare nel ’49. Le sofferenze delle donne cinesi non erano però di certo finite: dopo la sofferenza giovanile e la frustrazione della scoperta della sua totale inutilità, ecco che la discriminazione assumeva componenti ideologiche. Una donna inabile al lavoro non era degna compagna dell’uomo rivoluzionario.

Molte furono costrette a sfasciarsi i piedi e a rompere nuovamente le ossa per aprirli e riappropriarsi faticosamente di un ruolo nella nuova società nascente.



Fonti documentative ed iconografiche:

http://guide.supereva.com/cultura_cinese/l_altra_met_del_cielo_la_donna_in_cina/
http://www.donneinviaggio.com/donne_mondo/piedini%20donne%20cinesi.htm

http://www.liceoberchet.it/ricerche/geo4d_03/Cina/piedi_3liv.htm



Per rileggere gli altri percorsi estetici:
Percorsi estetici, parte I: Mursi, un'estetica dell'assurdo

Percorsi estetici, parte II: Pa Dong, mistero svelato

20.3.06

Ce Parig' avess'u mare...

U dialètt nest
Arturo Santoro


Quànn che nù dialètt se pòte scriv’nvèrs,
non ze pòte disce ca jè tjimb pèers!
Ci tu va a nù paìse, ce gìre u mùnne sàne,
ce sacce… va a Nàbbue, a Rom’o a Melàne,
e pàrl che la gènde, ma che la gènda drètt,
tu sjìnd’a tùtt vànn, ca pàrlene dialètt.
Jì m’addemann’angòre, percè mò, sùl’a Bare
Se mètten’a pavùre a parlà come nge pàre?
Ci dìsce ca jè brùtt, cùss dialètt nèst,
o non ganòsce u mùnn, o jè nù càpe tèst.

14.3.06

La mia toeletta serale

Bisogna proprio che io scriva. In barba a chi dice che i blog fanno schifo e di conseguenza in barba a me medesima innanzitutto. E sì, perché dice bene Ismaele che non abbiamo ancora fatto qualcosa di buono nel mondo, né la piccolezza dei miei polpastrelli sembra voler far strada ad una futura The Maat Experience, come tanto desiderato…
Nella vita, forse, più che fare quello che si vorrebbe, si dovrebbe fare ciò che per Natura ci è stato donato di saper fare. Eccomi quindi alla mia toeletta serale, così, per imbellettarmi un po’ l’encefalo dopo giornate lunghe. E d’altronde, non è forse più semplice operare nel modo in cui riesce più facile beccare bei complimenti? Eheh. Imparate, bambini

Sono talmente tante le cose che potrei scrivere, che davvero ancora non so quale stile adottare, ma direi che questa battaglia accademica con me stessa può chiudersi qui e passare a cose ben più sensate.

Ebbene, riverserò qui il mio pianto. In pubblico, sì, sfacciatamente condividendo tutto… ma mai proprio nel luogo di destinazione. Solo qui a casa mia, per tutti e per me sola. Insomma, per i pochi con la pazienza (e la curiosità) di interpretare.

***
«… quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.»
[G. P.]

Sono giorni complessi, in cui ognuno pretende qualcosa da me (o in cui magari semplicemente qualcuno ha bisogno di me: presuntuosa!). E curiosamente ho sulla schiena segni rossi di frustate che servivano a farmi andare avanti; che ci riuscivano, ma che alla lunga forse fiaccherebbero anche un elefante. Posso senza dubbio dirmi molto hamer, in questo: sono stata io stessa a desiderarle, a richiederle, a supplicare per esse.
Ma tutto ciò che c’è di sbagliato nel (piccolo) mondo è solo questo: che diversi modi di pensare non devono costituire altro che alternative interessanti per ognuno. Né posso tollerare che ci sia chi è costretto a fare le valigie… e per cosa poi, per il bene. Per il bene!! Accontentarsi della resa incondizionata per il quieto vivere… E chi è quel pazzo criminale che vuol vivere in quiete?! Non io, certamente!
Credevo di aver preso, di sfuggita e per un pelo (e anche sbagliando numero, c’è da ammetterlo silenziosamente), un tram che dritto dritto mi avrebbe portata ad una magnifica destinazione. Magnifica, in particolare, proprio perché così inaspettata da poter essere trovata per caso dietro il famoso barattolo di pelati. E invece, adesso, sempre più mi vedo nei panni dell’avvocatessa d’assalto con le necessità di attaccare e difendere continuamente, sempre meno mi sento amazzone di me stessa. Lavoro di scrivania, giacca e cravatta, capelli raccolti. Nulla a che fare, di certo, con una lunga gonna plissettata dal largo bordo d’oro e le ciocche annodate dal vento di montagna, qualche foglia d’ulivo qua e là.
Sempre meno mi sembra di far del bene.
Non posso condividere neppure l’idea di chi, per battere in ritirata e difendere la porta, fornisca sguardi trasversali o non ne fornisca affatto (preferisco obliquità di genuina malizia!). Vorrei fare un discorso attorno al focolare, quello stesso dove così poco tempo fa avevo creduto di trovare risposta a tanti interrogativi. Sto crescendo più in fretta ogni giorno che passa (se continuo così, mi consumerò presto… e, d’altra parte, quanto conviene diventare vecchi?), ma sto crescendo nel sospetto e ho bisogno di arrestare la mia parabola discendente. Devo ritrovare il sogno che alla mia Spett.le attenzione aveva portato un migliaio di euro di torte e tanti sorrisi sinceri.
Se la risposta è su quelle dannate verdi montagne oltre il mare, non sono in grado di dirlo, ancora. Di certo, speravo che mi si tenesse per mano un altro po’, sul ghiaccio. Ci avevo preso quasi gusto. :D
Dovrò accontentarmi di due punte di freccia incastrate nel miocardio. Che non portino cancrena, Dio santo… Ma tanto lo so che nemmeno questo servirà a niente. Perché troppo privée è questa stanzetta e chi dovrebbe leggere non leggerà. Posso al più sperare che una variopinta e cazzuta coppietta passi distrattamente da qui una volta, e mai pensi che stia parlando di lei. Ciao ragazzi!
Vorrei non dover dire che mi restano solo loro di tutto ciò che avevo prima. Non posso nemmeno più avere un pensiero felice e credo si sia calmato il vento. Per necessità di cose, certo… ma ho troppi sguardi cui non so che significato dare. Avrò pur una voce piacevole da sentir portare morfina al cuore, ma dopo? Cosa resta di un delizioso illecito piccolo casino combinato? Almeno il senso? Almeno, sarà servito?
O forse per salvarne uno ne ha rovinati tre? Comunichiamo, dannazione.
In collettivo.

E poi… di tanti sogni incompiuti forse ne resta uno solo che non voglio arrendermi ad abbandonare.
Ho bisogno di movimento, del Movimento. Ho bisogno di illudermi che il mio passaggio non sarà come gli altri. Cos’è questa ossessione di lasciare il segno, non so. Non temo la morte, ma mi secca l’idea. Ho la fortuna di poter dire che mi piace molto vivere e sono dell’avviso che forse sia questo il modo giusto. Anche con un mezzo infarto al giorno per le responsabilità prese (madre, figlia… quand’è che sarò solo sorella?), mi va bene; tanto poi c’è la lentezza di un tè arabo a riprendersi tutto e a restituire l’equilibrio. Perché diavolo ha chiuso, il Medina?? Vabè, mi accontenterò di un tè rosso preparato in cucina e del profumo di miele e incenso delle foglie bagnate che restano al fondo della tazza. Ce l’hai presente? Mi sembra di poterci leggere il futuro dentro…
E così aspetto il potere che si sprigiona da un virginale poetastro da bettola, da una giovane epicurea del massacro, da un cavaliere del secchio, da una anacronistica collega nel feticismo dei dettagli e da un marinaio viola, nonché, s’intende, da chiunque altro voglia unirsi a questo mio immaginario attimo fuggente e lasciare tra cent’anni che i bambini leggano di esso… ricordate? Anche al narciso philokalos (maledizione a blogspot che non c'ha i caratteri greci) che a tal proposito ancora non mi ha fatto capire quali intenzioni abbia… Ma ci saranno domeniche per ogni cosa, non temete. Non voglio appassire così.
Per il momento la mia gioia va in particolare al Paradiso, adesso! rincorso follemente sotto la pioggia di una serata “in maschera / giù la maschera” a sorpresa più etilica del previsto… e mai come in quell’occasione ho potuto pensare che gli antichi avessero ragione di dire: in vino veritas!

E infine, un ringraziamento particolare a qualcuno che dubito fortemente verrà qui a leggere tutto questo. A quel mio fratello (ci sono fratelli che si possono scegliere, sapete? ;D) che nel vigore dei suoi bruni undici anni (più di sei, ormai, regalati a me) è colui che più direttamente riesce a far sentire su di me lo scorrere del mondo nella sua potente interezza. Aspetto il prossimo concupiscente sodalizio, amico mio… prendimi e portami con te a respirare l’ondulatorio [quasi sessuale, no?] ritmo del vento.

Chiuderei qui, ma forse i miei venticinque lettori [eheheh… non funziona mica con tutti, scema :D] si chiederanno che ne sia dell’amore.
A prescindere dalla mia estrema riservatezza in proposito, se non parlo d’amore è perché è l’unico tra gli ambiti della mia esistenza a non smettere di regalarmi felicità senza chiedere (quasi) nulla in cambio. L’Amore è onnipresente nella sua delicata pazienza, pronto a fornirmi sempre una coperta sotto la quale proteggermi dalle ceneri della vita e risolvermi nell’androgino primordiale.
Sono convinta che l’arte (e la scrittura lo è, ammesso o meno che io ne sia artigiana capace) trovi sua massima giustificazione nell’espressione del male di vivere. E poiché l’amore non mi genera tali sensazioni, ahimé, temo proprio che terrò per me sola certe considerazioni in proposito. ;)

Bene, ho parlato abbastanza e credo di aver dato soddisfazione a molti.
Al prossimo criptico comizio, allora.

M, E, V