
sappi che sei morto.»
Adagio russo
Un incipit di discutibile gusto, se volete, e non ho da contraddirvi; ma questo è l'umore al ritorno dal lungo giretto che dalle wiener Sternen (?) mi ha portato a los establos Valencianos (!) con un diminuendo costante (e con una traduzione, è ovvio, assolutamente maccheronica).
Se il mio ritorno alla produzione su questo blog sia convinto o meno, non saprei dirlo: sto riscoprendo la gioia della comunione segreta dei miei pensieri con me stessa, ma mi sento anche tremendanente sola.
Il discorso sul mio destino si sta facendo sempre più strada tra gli altri e rischia di monopolizzare le mie cervella.
Ho paura di aver sbagliato tutto. So, se c'è mai qualcosa al mondo che io abbia saputo, che non potrò vivere se la mia vita non sarà la vita di un'artista; ma sono sprovvista di talenti particolari, oppure le migliaia di idee che il mio cervello produce ogni giorno soltanto chiedono che io mi dedichi loro, che io dia loro voce, che io mi decida a prendere in mano un benedetto pennello, o una chitarra, o una penna... mentre la paura di abbandonare il resto mi schiaccia, ed io non so. Non so più nulla.
Il fallito rifugio in emozioni elementari, hollywoodiane, è l'altra faccia del mio anelito impossibile alla bellezza delle cose complesse. I giganti mi schiacciano. Le stelle sono gelate. Esistono persone in grado di provocarmi sofferenza per il loro solo esistere, ed io le amo per questo.
Quando la gente asserisce di essere in cerca di un senso per la propria esistenza, intende davvero ciò che intendo io? Si sentono davvero tutti così, come un bambino con un'armatura medievale addosso, che non riesce a tener su la spada? Come chi, risvegliato da morte apparente, cerchi di risalire a galla del mucchio di corpi della fossa comune, seguendo il bagliore tra le membra putrescenti, cercando il profumo dell'ossigeno?
Finirà mai questa mia sete di un riscontro epico alla mia passione? Quanto forte dovrò gridare giustizia per farmi crocifiggere? Perché mi sento sempre un feto in attesa di nascere?










Le foto che avete visto sono qualcosa di questi viaggi guardata con i miei occhi. L'unica foto non mia è la terza, e ringrazio per essa Silvia che me l'ha concessa tenendo fede al comunismo fotografico (da ciascuno secondo la propria disponibilità di memoria SD a ciascuno secondo la propria necessità di immortalare) che ha caratterizzato tutto questo pellegrinaggio.Prosit,
Maat


















