27.11.06

Sapete...

È difficile trovare tempo per ogni cosa, vero? Per me lo è. Oggi con la mente lavoro giorno e notte, il mio cervello sta bruciando talmente tante calorie che sto invano dimagrendo

Sophia Sapienza Sophia
Incalora le donne ed arde
Arde di uomini
E gli consuma il cuore

Desideri, tanti: dhamiri, soprattutto. Tedio domenicale? Mai, se ne vivo in funzione, oppure sì! Sì! Ozio!

Toccami
Magari solo in sogno
Soffia
Sussurra un'altra volta "vivi"
Io lo sarò

innamorata e per sempre malata, una poetessa impossibile.
Tanta musica, tante dita, dolori di cui arrossire, che bello: vivere

Guardami
Tra le nuvole e i veli
Soffia
Sussurra un'altra volta "vivi"
E io vivrò


Io vivrò... sì... te lo prometto.


4.11.06

NO.

No I won't do it again, I don't want to pretend
If it can't be like before I've got to let it end
I don't want what I was, I had a change of head
But maybe someday
Yeah maybe someday...

I've got to let it go and leave it gone
Just walk away, stop it going on
Get too scared to jump if I wait too long
But maybe someday...

I'll see you smile as you call my name
Start to feel, and it feels the same
And I know that maybe someday's come
Maybe someday's come...
Again.

So tell me someday's come tell me some days come again...

No I won't do it some more, doesn't make any sense
If it can't be like it was, I've got to let it rest
I don't want what I did, I had a change of tense
But maybe someday...

I'll see you smile as you call my name
Start to feel, and it feels the same
And I know that maybe someday's come
Maybe someday's come...

If I could do it again maybe just once more
Think I could make it work like I did it before
If I could try it out
If I could just be sure
That maybe someday is the last time
Yeah maybe someday is the end
Oh maybe someday is when it all stops
Or maybe someday always comes again...


The Cure - Maybe someday
(Bloodflowers, 2000)

31.10.06

Amateuse, Quelconque, Réaliste

Dilettante Mediocre e Realista.


Ho elaborato una mia nuova dichiarazione di poetica.
A voler sentire Giedion su Le Corbusier, «solo il fanatismo e l'ossessione concedono la capacità di non affondare nel mare della mediocrità».
Non posso che concluderne di aver errato a voler cercare, fino ad oggi, di elevarmi in qualche modo al di sopra del rango cosiddetto mediocre del genere umano. Ma sono andata oltre: il mio fatale errore non è stato tanto quello di pensare di essere in grado di riuscire nell'impresa, non essendolo; l'inciampo consiste nel voler dare alla mediocrità un carattere di melmosa negatività.
Realizzo oggi, proprio al contrario, di essere Mediocre non per non riuscire in nulla, bensì per non aver alcuna voglia di concentrarmi fanaticamente ed ossessivamente su una sola cosa per emergere in quel campo soltanto.
Sarà un mio difetto congenito, non so; quel che ho imparato di me è però che sono affetta da un eclettismo talmente radicato che non sono capace di dedicarmi a qualcosa senza soffrire di un malessere quasi fisico nel trascurare qualcos'altro a vantaggio di quella. Il mio destino dunque è e sarà la Dilettanza. Tutto mi diletta e in nulla potrò per questo esser più che dilettante. Il sacrificio di una fama personale trova allora una qualche intima valenza etica in una ricchezza totale che è povertà totale.
Predico questa nuova poetica come l'ammissione del calzarmi a pennello del "chi troppo vuole". Non senza un dolore inestinguibile. Non senza un desiderio insaziabile e ruffiano di una felicità ignorante. Non senza una tristezza destinata a non trovare sollievo.

Et mon être réaliste, enfin, se célébre dans l'attente, car toujours je demande l'impossible.

[Leonardo Alenza (1807 - 1845), Sátira del suicidio romántico]

12.10.06

E che sia un dibattito.

- Per tutti voi bloggers. -

Oggi richiedo il vostro intervento, miei cari, perché asfissiata dalla noia del mal di vivere intendo interrogarmi a dovere sull'argomento.
Quel che mi spinse ad aprire un blog fu a suo tempo il desiderio di esternare mie proprie digressioni sulla bellezza (i quattro percorsi estetici fin qui analizzati ne erano solo una delle sfaccettature) avendo la libertà, che non avevo altrove, di mostrare e sviscerare pubblicamente argomenti di mio personale interesse. Difatti, prima di aprire I caratteri, la mia casa - in coabitazione - era il forum ControCultura del sito Skakkinostri (potete visitarlo attraverso il link che fornisco qui accanto), nel quale fiorente era il dibattito quotidiano su temi notevoli. Decaduto il livello della discussione ed abbandonata, o quasi, la piazza da parte dei migliori partecipanti (causa, questa, o conseguenza del declino, non sono in grado di dirlo) e quindi perso lo stimolo a proporre argomenti "strani" come i miei personalissimi, che sarebbero stati accolti con rispetto solo da coloro con cui potevo condividere un'altissima stima reciproca, io pure ho disertato quella scena e mi sono concentrata qui.
Salvo poi risvegliarmi dopo alcuni mesi con la netta sensazione di essere più sola di prima.
Certo, un blog si presta a diventare zibaldone di cose private (bah) e non manca la tentazione a rivolgere post enigmatici a pochi precisi destinatari: non sono stata infatti esente neanch'io da quest'uso un po' deviato, accademico, retorico e patetico.
È solo che oggi sono stanca, e chiedo a voi di trasformare questo posto, anche per poco, in un surrogato di forum e di farmi, in sostanza, un po' di compagnia nelle mie riflessioni su di esso stesso.
Quale senso ha un blog? Uno blog normale, intendo, non quello di Grillo o 7 in condotta od altri che contano ogni giorno migliaia di interventi ed hanno decine di collaboratori. Un blog normale, come il mio e il vostro.
Come si può non ammettere di essere autoreferenziali? O lo è solo chi, come me, parla praticamente solo a se stesso non avendo - per colpa o per sventura - la fortuna di possedere una larga cerchia di lettori/ammiratori che tengano viva la discussione?
Che valore ha la lezione frontale che l'amministratore di un blog impartisce al resto del mondo?
Cosa ha spinto voi a fare uso di questa piacevole sostanza?

A voi la parola. Se ne avete voglia.

9.10.06

Non abbiate paura

Maat sta solo cercando di costruire qualcosa di più grande.
Se la vedrete tornare, sarà perché avrà fallito. Ancora una volta.

2.10.06

Io non so

... E ora che ne sarà
Del mio viaggio?

Troppo accuratamente l’ho studiato

Senza saperne nulla. Un imprevisto

È la sola speranza.
Ma mi dicono

Ch’è una stoltezza dirselo.

[da Eugenio Montale, Prima del viaggio]

22.9.06

Casa dolce casa

L'amo, cadente e sitibonda. Nè me ne vergogno!

Dagli angoli magici di via Marchese di Montrone all'ultimo isolato di via Melo, da Madonnella a tutto il quartiere Libertà. Anche solo se il sole batte su una saracinesca chiusa.
E non è meno bella la bottega del robivecchi con dentro tutto il mondo a un euro, e non saprei spiegare il fascino di quei balconi pericolanti di via Manzoni, quelli del palazzo rosso che sa di bordelli retro e di una Montmartre forse perduta. Quello con le reti verdi d'emergenza lì da decenni è una puttana di mezz'età coi seni appassiti che si affaccia gridando: "vous, là-bas! regardez ça! il n'y a pas de la chair seulement à Pigalle!".
Non mi capita spesso di guardare Bari come un turista. Ma quando accade è amore folle.
Oggi cominciano le mie vacanze estive (!) e il potersi prendere tutto il tempo che si vuole per un Caffé Sotto Il Mare con le amiche d'infanzia ti fa guardare tutto con occhi nuovi, come se il resto non fosse mai esistito, mai, nella memoria. Così ti fa compagnia un cielo che più azzurro impazziresti e che visto dalla porta attraverso il Fortino è pura metafisica.
E anche al ritorno, il vicoletto per piazza Ferrarese ce li aveva anche prima tutti quei lampioncini da miniatura da parete? E sono sempre state così enormi le colonne del Piccinni? Così largo Corso Vittorio Emanuele?
Sono tornata a casa con un misto puerile tra sindrome di Stendhal e colpo di fulmine, felice indiscrivibilmente di vivere in questo posto bellissimo e imperfetto e di avere proprio per questo qualcosa da fare perché se ne accorgano tutti.
E ho intenzione di farlo davvero, s'intende. ;)


31.8.06

Bentrovati...

28.7.06

Tutto quello che c'è

E più ancora.
Io voglio creare, come Edgar Lee Masters e Fabrizio De André seppero fare solo insieme anche separati da un secolo e mezzo (ma che volete che sia), un mondo che sia da guardare tutto insieme. Sono i miei polmoni che si armano di sensi propri e desiderano respirare più vita di quanta io sia riuscita a fornire loro fino ad ora... 21 anni che si sarebbero potuti riempire anche di altro, ma adesso che senso ha pensarci e parlarne. Ma si può vivere anche con meno cosmesi geriatrica del pensiero, e allora probabilmente potremmo tutti fregarcene e tornare a radici più autentiche, ognuno alla sua. E la mia adesso quale sarebbe? Una e tutte e tutte e la stessa, vorrei vedervi capaci di distinguerne una sulle altre. Il desiderio inestinguibile di guardare tutto, di ascoltare tutto. L'angoscia di non avere abbastanza tempo a disposizione. Una vita maledettamente breve a dispetto delle apparenze. Cinque minuti e una Divina Commedia da leggere, una magari da scrivere. In italo-burkinabé magari, o perchè no in shqipahili, l'hai visto mai. Una voglia quasi ossessiva di vita. Ninfomania di esistenza... esistenze. Tanta paura. Solitudine. La sicurezza di non essere compresi nell'estasi del momento. Quella che alle volte si presenta dentro e la metti a tacere perché per loro è ridicolo. I maledetti loro a cui non vorresti far altro che dedicare tutto. Ma che non potranno mai parteciparne. Lo scopo e la dannazione di un lavoro, destinatari e vanificatori vandali van der Rohe vanagloria. Quando immensa gioia e immensa tristezza si mischiano può esplodere il mondo. Il Big Bang o uno di essi, sono sicura, è nato da una volontà forte. Da qualcuno che aveva capito tutto.
A presto.

Karonin
(piccola luna)

15.7.06

Të këikoj të falur, Jim...

Carry me caravan take me away
Take me to far Berat, take me today
Old Shqiperia with fields full of grain
I have to see you again and again
Take me, arbëresh caravan
Yes, I know you can
Trade winds find galleons lost in the sea
I know where treasure is waiting for me
Silver and gold in the mountains of Fier
I have to see you again and again
Take me, arbëresh caravan
Yes, I know you can!


Percorsi estetici, parte IV - Ndebele, errata corrige

Perdonate l'autocitazionismo. Sì, lo so, è una cosa di pessimo gusto, ma è che bisogna avere l'umiltà di saper ammettere i propri errori e, quando possibile, mostrare pubblicamente la versione corretta delle cazzate dette, anche per fornire un servizio utile alla comunità, l'hai visto mai.
Oggi siamo al quarto piccolo viaggio intorno al mondo, ma stavolta sarà purtroppo un viaggio breve. Andiamo.

Ricordate quando parlammo del Triangolo d'Oro dei Pa Dong? Le donne dal collo lungo e il mistero della loro sopravvivenza?
In quell'epoca io volli sfatare l'assurda diceria secondo la quale in Africa certe donne portassero collari che, inibendo completamente lo sviluppo muscolare del collo, le rendevano facili prede del marito che, al minimo sospetto di adulterio da parte loro, avrebbe potuto smontare il suddetto collare e condannarle in men che non si dica ad una giusta morte per soffocamento. Ebbene, l'usanza dell'allungamento del collo esisteva, ma con ben altre modalità che non ripeterò una seconda volta in questo post. Se vi interessa rileggerne, cliccate qui.
Torniamo dunque a noi.
Una delle più celebri etnie sudafricane è quella Ndebele. Indagando e cercando ho trovato in questa una incredibile comunanza con i Pa Dong per l'effettivo uso di simili collari, bracciali e cavigliere dorati per l'estetica femminile. Da qui è nata immediatamente la necessità di pubblicare il mio errata corrige: una tribù africana con le donne che usano pesantissimi collari metallici esiste, ma nulla di tutto ciò assume i caratteri della schiavitù psicologica e fisica di cui si favoleggiava. O, per lo meno, non ho ancora trovato da nessuna parte evidenza di ciò al momento.
Tuttavia, quel che mi sembra di aver capito è che esistono due tipologie di collari.
Una è a spirale, del tutto simile a quella dei Pa Dong, che sembrerebbe indurre nella donna una simile trasformazione fisica, come nella foto che segue.

L'altra, invece, è molto più bassa, rivestita internamente in cuoio e si apre verticalmente sul retro, perdendo dunque ogni potenzialità effettivamente costrittiva e deformante, come nella foto che segue.


Piuttosto, l'ignoranza diffusa lega ancora la donna-collare africana al rosso delle più note tribù orientali che vivono a cavallo tra Kenia, Tanzania e Uganda, come i Masai, i Samburu e i Rentille (quasi indistinguibili tra loro in quanto a costumi ed usi estetici), per il semplice fatto che l'eleganza propria di queste popolazioni, assieme allo sviluppo turistico in particolare keniota, ne ha fatto oggetto di incessante osservazione da vari decenni a questa parte.
In poche parole, gli occidentali conoscono i Masai e null'altro. Di rado l'immagine di una società tribale africana porta automaticamente ai pesanti e coloratissimi mantelli di lana ndebele, perchè di rado si pensa che, ad esempio, esistono zone dell'Africa in cui alle volte il clima è freddo.
Ma prescindendo da tutto ciò, è semmai interessante chiedersi quale sia la ragione dell'ipotetica identicità di tradizioni tra i Pa Dong e gli Ndebele. Al momento, però, questa domanda non riesce a trovare da parte mia alcuna risposta.


3.7.06

Direzioni

«Per impegnare la battaglia quotidiana con se stessi e vincere, ci vogliono un progetto forte, un'ambizione forte, una passione forte.
Un buon mezzo per cavarsela è la sfida, lanciata a se stessi ed al mondo: "con i miei mezzi personali, lontano dalle vie da voi tracciate, riuscirò. Malgrado le insidie, malgrado i trabocchetti, riuscirò".»

Irénée Guilane Dioh

2.7.06

Subitanee prese di coscienza

Maat a mgaagaa na mhalifu.
Mgaagaa kwa dhamiri.

21.6.06

En voyage

Bohémiens en Voyage

La tribu prophétique aux prunelles ardentes
Hier s'est mise en route, emportant ses petits
Sur son dos, ou livrant à leurs fiers appétits
Le trésor toujours prêt des mamelles pendantes.

Les hommes vont à pied sous leurs armes luisantes
Le long des chariots où les leurs sont blottis,
Promenant sur le ciel des yeux appesantis
Par le morne regret des chimères absentes.

Du fond de son réduit sablonneux, le grillon,
Les regardant passer, redouble sa chanson;
Cybèle, qui les aime, augmente ses verdures,

Fait couler le rocher et fleurir le désert
Devant ces voyageurs, pour lesquels est ouvert
L'empire familier des ténèbres futures.



Zingari in Viaggio

La tribù dei profeti dalle pupille ardenti
ieri s'è messa in viaggio, portando i suoi piccoli
sulle spalle, o lasciando al loro fiero appetito
il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti.

Gli uomini vanno a piedi sotto le armi lucenti
lungo i carri che portano le famiglie accucciate,
percorrendo il cielo con gli occhi appesantiti
del funebre rimpianto delle chimere assenti.

Il grillo dal profondo della sua tana renosa
guardandoli passare rinforza il suo cantare;
Cibele, che li ama, aumenta i suoi prodotti,


fa stillare la roccia e fiorire il deserto
davanti a questi viaggiatori, per i quali è aperto
l'impero familiare delle tenebre future.
































[Charles Baudelaire, da Les fleurs du mal]

8.6.06

E più non dimandare.


Perché un così profondo senso di solitudine?