15.7.06

Percorsi estetici, parte IV - Ndebele, errata corrige

Perdonate l'autocitazionismo. Sì, lo so, è una cosa di pessimo gusto, ma è che bisogna avere l'umiltà di saper ammettere i propri errori e, quando possibile, mostrare pubblicamente la versione corretta delle cazzate dette, anche per fornire un servizio utile alla comunità, l'hai visto mai.
Oggi siamo al quarto piccolo viaggio intorno al mondo, ma stavolta sarà purtroppo un viaggio breve. Andiamo.

Ricordate quando parlammo del Triangolo d'Oro dei Pa Dong? Le donne dal collo lungo e il mistero della loro sopravvivenza?
In quell'epoca io volli sfatare l'assurda diceria secondo la quale in Africa certe donne portassero collari che, inibendo completamente lo sviluppo muscolare del collo, le rendevano facili prede del marito che, al minimo sospetto di adulterio da parte loro, avrebbe potuto smontare il suddetto collare e condannarle in men che non si dica ad una giusta morte per soffocamento. Ebbene, l'usanza dell'allungamento del collo esisteva, ma con ben altre modalità che non ripeterò una seconda volta in questo post. Se vi interessa rileggerne, cliccate qui.
Torniamo dunque a noi.
Una delle più celebri etnie sudafricane è quella Ndebele. Indagando e cercando ho trovato in questa una incredibile comunanza con i Pa Dong per l'effettivo uso di simili collari, bracciali e cavigliere dorati per l'estetica femminile. Da qui è nata immediatamente la necessità di pubblicare il mio errata corrige: una tribù africana con le donne che usano pesantissimi collari metallici esiste, ma nulla di tutto ciò assume i caratteri della schiavitù psicologica e fisica di cui si favoleggiava. O, per lo meno, non ho ancora trovato da nessuna parte evidenza di ciò al momento.
Tuttavia, quel che mi sembra di aver capito è che esistono due tipologie di collari.
Una è a spirale, del tutto simile a quella dei Pa Dong, che sembrerebbe indurre nella donna una simile trasformazione fisica, come nella foto che segue.

L'altra, invece, è molto più bassa, rivestita internamente in cuoio e si apre verticalmente sul retro, perdendo dunque ogni potenzialità effettivamente costrittiva e deformante, come nella foto che segue.


Piuttosto, l'ignoranza diffusa lega ancora la donna-collare africana al rosso delle più note tribù orientali che vivono a cavallo tra Kenia, Tanzania e Uganda, come i Masai, i Samburu e i Rentille (quasi indistinguibili tra loro in quanto a costumi ed usi estetici), per il semplice fatto che l'eleganza propria di queste popolazioni, assieme allo sviluppo turistico in particolare keniota, ne ha fatto oggetto di incessante osservazione da vari decenni a questa parte.
In poche parole, gli occidentali conoscono i Masai e null'altro. Di rado l'immagine di una società tribale africana porta automaticamente ai pesanti e coloratissimi mantelli di lana ndebele, perchè di rado si pensa che, ad esempio, esistono zone dell'Africa in cui alle volte il clima è freddo.
Ma prescindendo da tutto ciò, è semmai interessante chiedersi quale sia la ragione dell'ipotetica identicità di tradizioni tra i Pa Dong e gli Ndebele. Al momento, però, questa domanda non riesce a trovare da parte mia alcuna risposta.


4 commenti:

plasmoid ha detto...

Non ho bibliografia o etnografia che avvalori l'ipotesi che ti sto per esprimere, ma credo che gli studi di Judith Butler sulle modificazioni del corpo abbiano attinenza con quanto da te riportato in questo percorso.
La Butler ipotizza che il corpo venga plasmato dalla performatività delle norme sociali... per cui la valenza sociale di tutte queste "imposizioni" al corpo della donna può sicuramente avere un valore di "schiavizzazione" o almeno di imporre un'identità e un ruolo di genere.
ciao

Maat ha detto...

Grazie mille dell'informazione!

plasmoid ha detto...

prego ! Molto bello il tuo blog :-)

Maat ha detto...

Ti ringrazio...
Parole come queste sono la spinta che mi fa continuare ^^