18.4.06

Vinyago

Quanti giorni ci ho messo per scrivervi questo post, Dio solo lo sa (sicchè, visto che io lo so, io sono Dio. Beh, se non altro il sillogismo non fa una piega).
Ma è che per poter parlare delle proprie Lei con la necessaria attendibilità bisogna portarsi in uno stato di eccitazione particolare, io credo. Uno stato di eccitazione elettronica che si genera di tanto in tanto per non meglio precisati motivi. Per me, spesso si tratta dell'incontro fortuito con altri occhi in cui specchiarsi innamorandosi di altre Lei. Tutte, una per una, ad ognuna la sua magia e il suo profumo irresistibile.

Ma la mia... la mia è speciale.
Perché affonda dentro di me in un impeto sensuale e terrificante allo stesso tempo. Una di quelle cose che ti colpiscono a tre anni e non ti mollano più. Un incubo assurdo, capovolto, insensato e pazzo, orrido e nero, un fascino invincibile d'eleganza per la vista e per l'udito. Qualcosa che Freud afferrerebbe appena, e che io rincorro da sempre.
Invano, peraltro, e questo ovviamente non può che amplificare infinitamente la mia eccitazione fino alla nevrilità assoluta. Mi sfugge, maledetta, tra parole e linee. C'è qualcosa che può riportarmi ad una me ancestrale dietro il tempo, ed è questo.

Psssss: e se accettate in sussurro un consiglio, cercate il vostro qualcosa...

Ma ciò di cui ho desiderio di parlarvi è il dubbio che mi è sorto di recente, dopo una conferenza.
Esiste un'Africa per me? Esiste, la mia Africa?
Non un libro di Karen Blixen, ma qualcosa che non riuscirei a spiegarvi meglio che lasciandovi ascoltare ciò che ascoltate ora e chiedendovi di vedere Kirikù e la strega Karabà. E infatti in tutto questo tempo ancora non sono riuscita a trovare un'immagine per spiegarvela. Lei.
Non so se è più desiderio o paura, quello che ho di andarci e trovare che nulla di ciò che ho dentro esiste in effetti.
Il mio desiderio di cooperazione nasce anche e soprattutto da questo, ma in una maniera probabilmente ancora un po' immatura e distorta e impura, e infatti non posso non interrogarmi sull'egoismo che nasconde (o mostra) il desiderio incontenibile di andare in un posto per trovare se stessi, anziché qualcun altro. Ma per il momento, questo è. E d'altra parte, nessuno deve costringersi a rinunciare ai propri desideri inconsci, fino a che questi non nuocciono ad altri... non credete?

Non so quanti nella testa abbiamo una Terra Promessa.
Tu ce l'hai?

(Buona ricerca.)
Maat


Dhe ndërkaq, shqip qoftë im i parë ki.
Ka një gjuhë për çdo moshe dhe kohë dhe vend... e ky është imi, tashti.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Cara, ma non era swhaili quello!!! Non ti appropriare delle lingue delle "Lei" degli altri.
Sono geloso...

Tungjatieta ("che ti si allunghi la vita"),
Ismail.

Maat ha detto...

Kiswahili, prego.
Swahili è il nome della cultura di una certa parte dell'Africa orientale; quindi, chi appartiene alla cultura swahili parla il kiswahili.

Ma sì, facciamo un po' di scuola!

E non essere geloso... non te la rubo mica...;)

No ha detto...

Maat che mi maaledici

la mia terra promessa c'è sulla carta,
puoi immaginare il dolore del distacco
e della inadeguatezza del mezzo alla vita quotidiana.

La differenza sostanziale: tu puoi aver paura di andare a cercarla, accettare il viaggio con la tua tutina mimetica...

io posso solo devastarmi nella sopportazione, attendere che arrivi Lei a cercare Me.

E non solo nella vita dell'isola.

Sono stato spiegato?

Maat ha detto...

Più che chiaro, signor Viola.

Una sola domanda, però: se credi che tutto ciò che ti resta sia aspettare immobile, sei sicuro che sia davvero solo lei ciò che ti manca?

Kwa heri na bahati njema (arrivederci e buona fortuna)...

Maat