4.4.08

Sittin’ on the dock of the bay, wastin’ time: note a margine dell’apocalisse

Opinioni a valle della visione di An inconvenient truth
Una cosa è certa: quando la comunità scientifica internazionale si trova divisa su un argomento, non c’è da star tranquilli, perché con ogni probabilità o si tratta di un argomento sul quale non è possibile produrre risultati universalmente incontrovertibili, oppure l’argomento possiede risvolti, per così dire, interessanti da punti di vista politici, o ancora – quel che è peggio – entrambe le condizioni sussistono contemporaneamente; quando poi la questione è di interesse globale e la sua gravità potenzialmente preoccupante, il quadro raggiunge la complicazione massima: è questo, senz’altro, il caso del problema del riscaldamento globale.

Nell’impossibilità effettiva di conoscere l’esatto stato delle cose, procederò per ipotesi.
È senza dubbio evidente come la prorompente carica autopromozionale del documentario An Inconvenient Truth ne fiacchi parzialmente la credibilità. Tuttavia, se, al di là della questione meramente propagandistica, Al Gore ha dipinto con veridicità i fenomeni in atto, la situazione è di gravissima emergenza.

In una simile ipotesi, la priorità di intervento sulle emissioni atmosferiche di anidride carbonica è assoluta. Quando si tratta di estenderli a scala planetaria, indurre cambiamenti massivi di una prassi qualechessia richiede tempi lunghi in un regime ordinario: poiché, come è ovvio, attuare conversioni dei metodi di produzione industriale e delle reti di trasporto richiede un impegno ingente al punto da cozzare violentemente contro interessi economico-finanziari di grande influenza sul mercato mondiale, sarà gioco forza entrare in un regime straordinario di gestione delle risorse deputate alla trasformazione. Sempre nel caso in cui fosse possibile accertare con sicurezza assoluta l’urgenza dei provvedimenti da attuare, direi che la sopravvivenza del genere umano – o anche solo di una buona parte di esso – varrebbe bene un qualsivoglia turbamento dell’economia globale. E non solo. Mi sia permesso di aprire una parentesi.

Riflettendo sui processi di valutazione multicriteriale condotte nel corso dei processi decisionali relativi alla collocazione – anche non solo meramente fisica – degli impianti di produzione di energia ad emissione zero, potrebbe risultare chiaro che dovrebbero passare in secondo piano persino le esigenze di tutela paesaggistica di cui in regime di normalità è invece più che lecito tener conto con decisione.

La difesa del paesaggio in quanto tale, così come concepita dalla legge 1497 del ’39 (e, in sostanza, concettualmente invariata anche nella legislazione successiva) risponde ad un’esigenza estetica che è puramente umana: fino a che punto questa esigenza potrebbe essere anteposta alla conservazione di equilibri ecosistemici planetari, nel caso di emergenza in questione? La mia posizione filosofica potrà sembrare radicale al limite della blasfemia, ma poiché ritengo l’essere umano non al di fuori dei processi naturali di cui è figlio e poiché, inoltre, non credo all’esistenza di un diritto di natura precedente alla creazione di un ordinamento sociale di tipo puramente umano e convenzionale (che peraltro ovviamente condivido, rispetto e difendo strenuamente), da un punto di vista puramente logico l’uomo non ha nessun dovere naturale nei confronti delle altre specie di esseri viventi. Infatti, così come l’estinzione di specie animali e vegetali è naturalmente causata dal prevalere nell’ecosistema di altre specie animali e vegetali, così l’essere umano, animale capace di trasformare l’ambiente che lo circonda ben più degli altri, agisce secondo natura persino quando modifica irreversibilmente gli equilibri naturali preesistenti a sé. Il problema, quindi, è di ordine culturale: è assolutamente narcisistico ritenere che i cicli naturali siano stati messi in crisi dall’azione umana e che il pianeta che ci ospita abbia un qualunque bisogno di essere salvato in qualche maniera. Convinta dell’onnipotenza della natura nel suo complesso rispetto ad una sola delle sue specie, ritengo che il pianeta, più che subire attacchi da parte dell’uomo, si stia semplicemente preparando a fare a meno di lui, che dal canto suo si dirige verso la propria distruzione.

Che sarà, dunque, di tutte le specie viventi la cui estinzione è stata o verrà causata solo dall’azione dell’uomo? Che ne è, in sostanza, dell’intera etica ambientalista?

Sulle origini dell’etica si potrebbe discutere fin troppo variamente, ma ciò è da rimandare ad altre sedi. In coerenza con la mia suddetta opinione circa lo stato di natura, credo che l’etica sia il frutto di una serie di convenzioni stabilite a tavolino dagli uomini nel corso dei secoli sulla base di un accordo comune finalizzato alla sopravvivenza della propria specie. Tagliando corto sulle storture subite dalla morale durante la sua lunga storia, e in un’epoca di sostanziale polverizzazione, moltiplicazione e relativizzazione morale, credo che sia il caso di affermare – anche controintuitivamente e in apparente antitesi con il sentimento, da me condiviso, di profonda responsabilità dell’uomo nei confronti delle conseguenze ambientali delle proprie scelte – che l’etica si debba occupare esclusivamente di quanto, appunto, abbia come obiettivo la conservazione dell’umanità. Ecco dunque l’anello mancante: si definisce sostenibile qualsiasi processo che contribuisca a consegnare alle future generazioni umane una situazione complessiva che non operi al ribasso rispetto allo status quo né dal punto di vista economico-finanziario, né da quello sociale, né da quello ambientale. Considerando i tre ambiti (anche quello ambientale, si noti!) come i costitutivi del diritto umano, sarà forse più facile convincere chi ancora avesse dubbi sulla sua importanza, che l’attenzione alla conservazione della biodiversità ambientale ha senz’altro la sua base in una ferrea logica “umanista”, che è imprescindibile per la sopravvivenza ed il benessere dell’umanità e che non è, dunque, soggetto di interessi politici o di ragioni ideologiche ancora da porre in discussione.

Sia chiaro allora verso cosa ci stiamo avviando e cosa esattamente dobbiamo combattere.

Ma Al Gore potrebbe aver torto. È nota l’opposizione al suo documentario mossa dal giudice britannico Justice Burton sulla scorta dei risultati di un’altra equipe scientifica e riassunta in nove punti altrettanto celebri. In generale però si può dire che, mentre la stragrande maggioranza dei pareri scientifici conferma le responsabilità dell’anidride carbonica proveniente delle emissioni di origine antropica nell’effetto serra, non esiste praticamente alcun accordo tra gli studiosi circa gli ordini di grandezza dei fenomeni. Si possono ascoltare quindi decine di posizioni contrapposte sull’entità percentuale dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo rispetto al totale, sulla ipotetica entità dell’innalzamento dei livelli marini conseguente allo scioglimento dei ghiacci polari, sulla effettiva gravità dell’immissione di acqua dolce rispetto all’andamento delle correnti oceaniche ed in particolar modo su quali siano le “scadenze” di tali fenomeni in termini di decenni. Esiste anche una sparuta percentuale di negazionisti, che attribuiscono il riscaldamento alla sola attività solare o gridano addirittura alla mastodontica operazione commerciale.

È comprensibile quindi il disorientamento dell’opinione pubblica mondiale, che di fronte a tale caos è nei fatti impossibilitata a prendere una posizione con serenità: dietro la miriade di dati contrastanti stanno, infatti, tanto ragioni politiche quanto motivazioni puramente scientifiche. Se già la moderna meteorologia fornisce al pubblico dati inficiati da grandi margini di errori su proiezioni di poche ore per regioni circoscritte, si può ben intendere, mutatis mutandis, quanto complesse debbano risultare previsioni a svariati decenni delle mutue interazioni di fenomeni planetari influenzati da una serie pressoché infinita di variabilità. Risulta evidente che, anche in una totale buona fede scientifica, il ricorso a modelli matematici diversi può portare a descrizioni radicalmente differenti dello stesso fenomeno.

Ma ciò, si badi, non giustifica nessun inconcludente tergiversare da parte di organi decisionali a qualsiasi livello. Mai come in questo frangente, la “sospensione del giudizio” costituisce già una precisa posizione assunta. Inaction is a weapon of mass destruction, cantava qualcuno.

Dunque, anche nell’ipotesi in cui il documentario di Gore sia, come dicono certi, eccessivamente allarmistico (ipotesi, è chiaro, assolutamente auspicabile!), la mia opinione si sposta di poco, variando solo per quanto riguarda priorità ed urgenza – e dunque a livello meramente tempistico – e non nella sostanza: la conversione dei metodi di produzione è necessaria e richiede impegni massicci e date certe, a livello globale. Mi convince poco sulla lunga distanza la liberalizzazione del mercato dei permessi di emissione, perché vi intravedo possibilità elusive di qualche genere e perché non ritengo in linea di massima desiderabile che buone abitudini si scambino con cattive abitudini più denaro; tuttavia, il metodo si è dimostrato efficace e può costituire un rimedio all’emergenza, purché a breve termine.

È prevedibile che, se non è già successo – e sono certa di sì –, si creino in un prossimo futuro nuovi centri di potere nelle cui mani si concentreranno le chiavi del nuovo mercato dell’energia sostenibile. Presumo che le stesse attuali lobbies del petrolio abbiano già provveduto a procurarsi un nuovo posto al sole – è il caso di dirlo. Ci saranno senz’altro nuovi problemi etici ed ambientali con cui confrontarsi (sapremo dismettere, per dirne una, grandi quantità di pannelli fotovoltaici in tempi brevi, in maniera economica e senza produrre inquinamenti di nuovo tipo?), tanto più imprevedibili quanto più repentina ed estesa riuscirà a farsi la transizione che in ogni caso resta agognata per tutti noi che rimaniamo, per così dire, outsider traders della questione.
Nonostante il livello di estrema imprevedibilità insito nel processo, rimane ancora da considerare che le emissioni di anidride carbonica non causano soltanto l’effetto serra, e che i meccanismi che le generano non generano solo quelle. Bisogna scommettere nel traguardo delle emissioni zero: nella peggiore delle ipotesi
normalmente prevedibili ci avremo guadagnato in salute per i nostri figli e in un po’ di soddisfazione per quanti di noi ritengono che anche le altre specie ne abbiano diritto.


(Anonimo, Scioglimento dei ghiacci, collezione via Dante Alighieri, Bari)

1 commento:

PEJA ha detto...

Bhè sai, hai toccato un argomento che a me sta a molto a cuore, quindi anche s elungo ho avuto piacere a leggere tutto. Ti dico che l'effetto serra è scientificamente dimostrato che sia prodotto in maggior parte dalla cappa di anidrite carbonica, e che solo una informazione politicamente dirottata fa credere altro. E questo fa molta più paura del fenomeno in se, perchè vuol dire che occorre dubitare di tutto (vedi 11 settembre...) e che molte informazioni sono tenute nascoste e solo poche riescono ad uscire in qualche modo...