17.1.09

Più studi, meno studi

Quando uno arriva in prossimità della fine della propria carriera di studente, è normale che cominci a considerare la pratica dell'esame come una formalità priva di senso. E maggiormente quando ci si trova davanti alla necessità di studiare una materia che si ama moltissimo. Chi mai, infatti, potrà dare alcun valore al giudizio numerico in trentesimi che un semisconosciuto gli affibbierà sulla base di un superficiale dialogo intessuto su sovrastrutture in genere ritrite? Perché ci si dovrebbe sottoporre a questa preistorica usanza quando si è sicuri che il proprio studio della stessa materia continuerà con ogni probabilità per tutto l'arco della vita? Che significa il tuo giudizio sul mio sapere oggi, se domani ne saprò un po' di più?
Transigendo, peraltro, sulla possibilità (sulla certezza) di disparità di vedute con la classe docente riguardo l'opportunità del taglio dato ai programmi: l'ipotesi di una qualche libertà all'interno di questo ambito porterebbe infatti il post nell'ambito della piena fantascienza. E, spiacente, ma non ho il cassetto "Fantascienza". Per il momento, almeno.
Per non parlare di quelle materie che - diciamoci la verità - risultano d'impaccio alla formazione che uno vorrebbe costruire per sè. Che impediscono, con la loro spropositata inerzia, lo svolgersi della propria autoformazione che costituisce un così auspicato (dai professori) indicatore di maturità (dello studente). Perché, se ho sulla scrivania un libro da leggere per ogni nuovo post su Il nido e la tela di ragno, svariati da studiare per un'ipotetico progetto di tesi e almeno uno che è lì per il mio puro diletto, devo poi utilizzare il mio tempo, per dire, in esercizi sulle macchine frigorifere? Non ha forse tutto ciò qualcosa di profondamente sbagliato?

13.1.09

Sesto: non mitizzare



«Da questa proposta si può trarre una regola che può essere valida anche per la presentazione di altre tecniche di comunicazione visiva.
Primo: far conoscere bene lo strumento che si usa in modo che l'uso sia appropriato e che ogni possibilità strumentale sia nota.
Secondo: far capire la tecnica più giusta per quello strumento.
Terzo: lasciare che ognuno scelga e decida che cosa fare con ciò che ha imparato.
Quarto: analizzare e discutere assieme i risultati dei lavori, non per decidere chi è il più bravo ma per dare una ragione a ognuno secondo il lavoro fatto.
Quinto: provocare e coordinare il lavoro di gruppo per uno scopo spettacolare.
Sesto: distruggere tutto e rifare per aggiornare continuamente e per non mitizzare il lavoro.»

[Da Bruno Munari, Fantasia, 1977]


12.1.09

YES, I CAN!

11.1.09

Just a perfect day, you made me forget myself.

Non credete anche voi che periodicamente ci siano degli eventi che agiscono sulla nostra vita, per così dire, da chiarificatori? Nel senso che prima di essi è tutto magmatico, indistinto, un brodo tra il primordiale e il postapocalittico in cui sono disciolte tutte le vostre vecchie certezze e speranze, e dopo ogni cosa sembra tornare al proprio posto galleggiando, come se una incorporea Mary Poppins ci stesse lavorando su lentamente?

Insomma, un po' come quando, presi da un globale sconforto per la propria funzione nel mondo, convinti di aver sbagliato ogni cosa e di essere destinati ad un futuro inutile se non dannoso a sè stessi e alla collettività, ci si abbandona alla lettura di un Chatwin e vi si trova dentro una citazione di Marshall McLuhan.
Mi rendo conto che la cosa possa non significare granché per la maggior parte di voi, ma per me è stato un fulmine a ciel sereno. È come se Bruce Chatwin avesse voluto dirmi: «seguila, è la strada giusta! Puoi essere come loro ed anche essere come me». E se lo dice Bruce, dev'essere senz'altro vero.

E poi ho finito il saggio e il romanzo che stavo leggendo, e ho comprato un altro saggio, e un altro romanzo, e presto finiranno anche quelli, e ne verranno di nuovi.
E ho rivisto le mie tre assurde compagne della nostra tristissima fine d'infanzia: l'astronauta è diventata una psicologa, la cantante una restauratrice, la stilista una giovane madre... ed io, che non sapevo cos'ero allora, oggi non so cosa sarò: ma è perché voglio che sia una sorpresa, che lo sia soprattutto per me.

E una grossa sfida imminente, e un'inesauribile passione, e un gran ribollire politico, e infine chissà, qualche interessante possibilità alle porte.

Così è iniziato il mio nuovo gennaio, così intendo vestirmene. Le tinte cupe di sfondo, il resto sotto la luce.


1.1.09

Buona volontà, cattiva coscienza, nuovo anno e vecchi merletti

Buonasera.
No, probabilmente non ho molto da dirvi, ma è che in giorni come questo, come il primo di un anno che si preannuncia tra i più difficili della mia vita, reminiscenze ancestrali di una certa superstizione di carattere domestico si risvegliano quale estremo appiglio di fantasie diversamente indebolite dalle circostanze.
Insomma, scrivo qui oggi semplicemente perché spero che il 2009 mi porti la possibilità di venir fuori dalla paralisi che ha messo i ceppi mesi fa alla mia vita e che ancora non sembra avere alcuna intenzione di allentare la presa. Se scrivo oggi, mi dico, l'hai visto mai: magari scrivo tutto l'anno.
E allora, buon inizio a voi, uomini di buona volontà.

17.11.08

A volte ritornano

Ci risiamo.
Ebbene, sapete, ho passato questi mesi un po' dentro me stessa, alla ricerca di certe motivazioni e via dicendo; insomma, una triste e consueta storia di solipsismo che senz'altro non siete venuti qui per leggere. Se siete ancora qui, invece, è senz'altro per qualche altro motivo che ancora mi sfugge; ma devo ringraziarvene immensamente.
Se, infatti, a ventiquattr'anni ormai da qualche giorno suonati, ho ancora il desiderio di sedere qui e scrivere, lo devo in primo luogo a voi, chiunque siate, che in quasi tre anni di saltuaria frequentazione (mia e vostra) di questa bettola della chiacchiera romantica mi avete tenuta stretta alla tastiera con le vostre tante, piccole sorprese quotidiane.
E di quanto queste abbiano riempito certi sghembi spazi residuali della mia esistenza mi sono accorta solo quando ho voluto privarmene, per riuscire a ripercepirne l'importanza. E deve aver funzionato. Che dite?

Ma bene, basta con i lacrimoni. Oggi è giorno di festa!
Se ne avrò il tempo e il modo (leggasi, l'aiuto ;>) farò, come promesso, un po' d'ordine qui nella catapecchia.
Nel frattempo però, va detto, non sono stata propriamente con le mani in mano. Ho studiato, come mio solito, ed ho deciso di aprire quell'altro blog di cui avevo cominciato a parlarvi mesi or sono. Devo dire che non va ancora propriamente a regime, ma si tratta di qualcosa di serio, che richiede studio approfondito prima della scrittura e che ha fini di indagine a livello professionale. Insomma, ho bisogno di tempo. :)
Se intanto volete dargli una sbirciatina, ecco qua: http://architetturadifficile.wordpress.com/.

E allora dunque, in alto i calici. Bentornata a me e bentrovati voi. Si ricomincia!


[Marlene Dumas, Genetiese Heimwee, 1984]

20.7.08

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine


Da più parti mi si chiede cosa sia della mia ispirazione, in quale oscuro antro della mia vita mentale l'abbia ricacciata, e in cambio di cosa; l'unica risposta che mi è dato fornire è che non c'è una risposta degna d'essere fornita. Ho da studiare, sono molto stanca, non trovo il tempo, sono le forme verbali sotto le quali al mio meglio riesco a trasferire, a chi me lo chiede, il senso di questo repentino silenzio che avvolge I caratteri, e me, da lunghi mesi a questa parte.
Forse una sorta di horror pleni conseguente al disordine cronico da cui la mia vita è affetta da sempre, o, almeno, da quando ho ricordi: il silenzio di tutti i sensi, e dei sentimenti, che vuole permettere un defrag complessivo della mia intelligenza. Voglio ricominciare facendo tabula rasa di tutta la zavorra che ho accumulato fino ad ora.
Avrei senz'altro bisogno di cambiare casa.
Avrei probabilmente bisogno di cambiare città.
Avrei forse bisogno di cambiare compagnie.
No, forse no.
Mi basterebbe cambiare punto di vista, e se c'è una sola cosa per la quale salvo l'estate, questa è la possibilità che mi dà di poter leggere liberamente romanzi, cioè autori, di trasformarmi in essi, di assumere la loro ottica e vivere una piccola vita lunga approssimativamente un mese, una vita nuova, una prospettiva fresca, come la mia piccola stanza persa nel Salento, bianca dei suoi pochi oggetti, quasi tutti cimeli di viaggio.
L'anno scorso è stato H.H., in cui ho scoperto un amante / alter ego teutonico perfetto. Quest'anno avrei voluto tuffarmi in qualcun altro, ma non credo che sarà possibile.
Studierò, ma se mi riesce, lo renderò un piacere altrettanto visceralmente raffinato.

E in autunno tornerò rinnovata, almeno un poco, e riprenderò a scrivere.
Lo prometto.
Prima, magari, aprirò la finestra e passerò un poco la pezza qui dentro, perché sento odore di chiuso, e c'è polvere ovunque.
E intanto vi farò quella sorpresa di cui vi stavo parlando. Ci sto lavorando, non temete.

6.6.08

Stiamo lavorando per noi

Il mio calderone pullula di novità. A presto un nuovo abitante della rete :)
Perdonatemi, dunque, se vi tengo sul filo!


[Liberamente tratto da http://francesco.cattani.googlepages.com/]

23.5.08

L'architettura del sonno

Se esiste un disturbo legato all'inversione dei ritmi sonno/veglia anche al di fuori di quelli causati dai viaggi tra fusi orari, io ne soffro di sicuro. In generale vado a letto abbastanza tardi e la mattina per me è sinonimo di tortura, ma prima d'ora non avevo mai raggiunto tali livelli di squilibrio.
Ieri mattina mi sveglio presto: alle 8, poi alle 8.30, poi alle 9.30 (è la prassi). Ho revisione al Politecnico e così ci vado a piedi. Mezz'ora abbondante per arrivare, trenta secondi di revisione, e di nuovo sulla via del ritorno, sempre a piedi. La distanza è lunghetta, saranno 2 chilometri e passa, ma ci sono abituata.
Tornata a casa, dopo pranzo, prima botta di sonno. È normale, direte. Certo, la sera prima avevo fatto forse le 2.30, diciamo che ci sono state nottate migliori. Ma è pur vero che se devi uscire di casa alle 14 (sempre per tornare al Politecnico), non è il caso che ti metta a dormire alle 13.55. Perchè poi è chiaro che ti svegli di soprassalto alle 14.25, con la lezione che inizia alle 14.30.
Va bene, allora scrocco un passaggio in macchina e il ritardo del professore mi aiuta a non perdere la lezione (e persino a schiaffarci di mezzo un salto dal giornalaio che in mattinata aveva cercato di rifilarmi Area 96 al posto di Area 97: welcome to the jungle). Lezione che si prolunga ben più del previsto, peraltro, e tra frizzi e lazzi non sono a casa che per le 19.30.
Il tempo di dire "ai e bai" (modo di dire popolare preso a prestito da mio padre, che peraltro data la sua ossessione potrebbe tranquillamente mutarlo in "I eBay" rendendolo senza dubbio più credibile) ed è l'ora di cena.
Altra botta di sonno. Ma di quelle pesanti. Scatta così il rito del riposino prima di dormire, usanza da me inventata che, insieme a quella dello spuntino prima di mangiare, può solo vagamente dare un'idea della sregolatezza totale delle mie abitudini basilari.
Per farla breve, dormo dalle 21 a mezzanotte. Poi mi sveglio, un po' rinvigorita. Le ultime attività, e per l'una posso andare a dormire sul serio. Solo che non ho più sonno. Mi rivolto tra le lenzuola per un'oretta e poi mi arrendo, non è cosa. Quasi quasi mi metto a leggere.
Ma anche su questo fronte le cose non vanno lisce come dovrebbero. Perché dovete sapere che per me leggere a letto è una tragedia. In generale mi addormento nel giro di dieci minuti ogni qualvolta mi trovi in posizione orizzontale o anche solo vagamente obliqua (purché non in compagnia, è ovvio), a prescindere da quale sia il supporto: di conseguenza leggere a letto mi riesce impossibile. Questo indubbio vantaggio, però, per una certa insana ironia, si annulla in caso di insonnia notturna. E così, se intendo procurarmi un po' di sonnolenza, leggere è addirittura controindicato, perché finisce che l'interesse per l'argomento mi fa addirittura dimenticare che dovrei dormire e mi ritrovo a salutare l'alba.
Mi è stato suggerito, in questi casi, di leggere qualcosa che mi annoi mortalmente. Questo potrebbe in effetti funzionare, se non fosse che, così facendo, dopo poco mi ritrovo inesorabilmente a seguire i caratteri solo con gli occhi, come se fossero segni privi di significato, mentre la mente lavora assai più prolificamente a fantasie di un qualsivoglia altro genere, che comunque in definitiva non facilitano il sonno; e in ogni caso, se anche così non fosse, l'edonismo di cui sono preda in questo periodo mi impedirebbe fisicamente di occuparmi di qualcosa che non mi interessi, ripagandomi in quelle occasioni con un vero e proprio malessere somatico oltre che con un insostenibile fastidio psicologico. Un'intolleranza alla noia, in qualche modo.
Stanotte, dunque, ho finito di leggere L'architettura difficile - filosofia del costruire, di Nicola Emery, edito da Marinotti. È di questo che si sarebbe dovuto occupare il post di oggi, ma devo arrendermi per l'ennesima volta alla dolorosa constatazione che le mie capacità oratorie sono assai più inclini a lasciarsi mettere a frutto nel futile piuttosto che nell'utile. Di conseguenza, non so neanche se sia o meno il caso di accennare una critica al testo: non confidando molto nella scorrevolezza della mia scrittura, temo infatti di aver ben superato il quarto d'ora di attenzione a mia disposizione in quanto blogger, con questa interminabile serie di fandonie.
Sarà per il prossimo post, allora. Che brivido, che suspance!



19.5.08

11.5.08

7.5.08

Il bacio del bentornato


At first glance, this may look photoshopped, but it is actually a real sculpture! The author is Tsang Cheung Shing from Hong Kong. He created this installation for a pottery exhibition of “YingYeung” - a drink mixture of coffee and tea (very popular local drink in Hong Kong). The pottery, named Yuanyang II, is one of the collections of Hong Kong Museum of Art now displaying at the Central Concourse of Hong Kong International Airport (HKIA). Tsang Cheung-shing is a ceramic art tutor and product designer. Yuanyang II is modeled in a distinctive form with two figures indulged in kissing each other. Their heads support two elegant cups for drinking tea and coffee. The form and concept design fully complement the theme “Yuanyang" not only typical Hong Kong beverage of mixing tea and coffee which was already mentioned, but also a symbol of marriage and love.

Fonte: http://www.moillusions.com/

No, non si tratta di qualcosa che ho visto a Roma in questo bel weekend appena trascorso; sono infatti immagini e parole proditoriamente rubate ad un altro sito, tutto qui.
Ma in qualche modo mi sento rappresentata da essa. Anzi, in molti modi.
Tra questi, la mia passione per il té che è nota a chi mi legge da più tempo (ben pochi occhi, ahimè :D). In quel della splendida via dei Banchi Vecchi, al numero 124, per chi di voi dovesse passarci, c'è la stupenda bottega BiblioTéq, nella quale stavolta ho fatto rifornimento di verdi giapponesi: un Sencha Fukuyu per la pausa mistica del pomeriggio ed un Houijicha che non aspetta altro che una serata sushi. E, ovviamente, caramelle, tante caramelle. A base di té nero e Matcha. Ve l'ho mai detto che potrei cedere il mio regno, per un bonbon?

30.4.08

Good news

Sono lieta di annunciare l'appuntamento segnalato dagli amici della nuova bottega del riuso aperta a Bari vecchia. Ne avevamo già parlato, ricordate?

RI-BELLE presenta:

"E' L'ORA DELLA RICREAZIONE!" incontri, arte, musica sul tema del riuso creativo Auditorium Vallisa, 2-8 maggio 2008

Cooperative, associazioni e singoli raccontano la propria esperienza di riuso dei materiali, autoproduzione e recupero di beni a partire da ciò che solitamente è considerato scarto. Questa pratica, da sempre presente nei mestieri tradizionali come arte antica del sapersi arrangiare, è andata progressivamente perdendosi nel tempo, rappresentando di fatto per il nostro territorio un elemento di impoverimento culturale.

La ricreazione evoca un momento di gioia e svago, è un' isola di tempo felice che tutti dovrebbero ritagliarsi durante la giornata; la ricreazione coincide anche con il concetto di creatività che Ri-belle vuole promuovere: un distacco dalla routine e dalla noia, dal razionale e dagli impegni, la capacità di vedere gli oggetti e i materiali fuori dalle loro funzioni consuete (Ri-belle è immaginare ovunque il bello, convincersi che può esistere e impegnarsi per realizzarlo attribuendo valore a ciò che sembra non avre più alcuna utilità).
PROGRAMMA:

Venerdì 2 maggio, h 18.00

Tavola rotonda sul riuso creativo a cui interverranno:
-Ribelle
-Assessorati del comune di Bari a Pubblica Istruzione, Formazione ed Ecologia
-Coop. sociale Ecopolis, Bari
-Coop. sociale Zingari59 di Roma
-Associazione culturale Occhio del Riciclone, Roma,
-Coop. sociale Binario Etico, Roma
INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA DEGLI ARTISTI E ARTIGIANI DEL RIUSO (apertura: 2-8 maggio, h 18-22)

Sabato 3 maggio

h 9.00 - 13.00
Laboratorio con i bambini della scuola Elementare Piccinni di Bari di autocostruzione di strumenti musicali con materiali di recupero a cura del maestro Daniele Sarno; a conclusione del laboratorio esibizione musicale aperta al pubblico (h 12.00)

h 18.00
Performances e installazioni artistiche

h 20.00
"Percussioni Trash" by Luigi Morleo

***

E in più:

Bari - dal 19 aprile al 9 maggio 2008
Salvatore Saccà - La guerra degli Dei | GALLERIA LINEA D'ARTE

L'artista rappresenta l'essere caosmico dell'esistenza guidandoci verso il mistero della vita

Bari - dal 24 aprile al 24 maggio 2008
Caterina Arcuri - Ekphrasis. Opere 2006-2008 | MUSEO NUOVA ERA

Caterina Arcuri espone la sua più recente produzione artistica (fotografia, opere plastiche e video) “che nasconde o si svela in racconti leggeri – come scrive in catalogo Tonino Sicoli – dove il corpo è sempre protagonista di una folata di sguardi e di ricordi, come in una danza del linguaggio che sfiora il significato.

28.4.08

In memoria di


«Se dovessi rivolgermi alle “nuove generazioni”, direi quanto segue:
1 Evitate di frequentare l’università, ormai istituzionalizzata e burocratizzata. L’architettura non può che essere fuori degli atenei.
2 Sospettate di chiunque parli di “cultura del progetto”. È un alibi evasivo di comodo. L’unica cultura valida è quella dell’architettura.
3 Diffidate non solo di dogmi e idoli, ma anche di filosofeggiamenti pseudo-super-strutturali, che caratterizzano la maggior parte dei discorsi a tempo perso che si fanno nei corsi di progettazione.
4 Puntate sul linguaggio, in alto, in basso e al centro. Per chiarezza: in alto, Frank Lloyd Wright; in basso, Frank O. Gehry; al centro, Günther Behnish. Comunicazione poetica, comunicazione in gergo e comunicazione letteraria moderna.
5 Confidate nel nuovo, nella modernità rischiosa, nella modernità “che fa della crisi un valore”. Pertanto smettete di sottolineare quanto di vecchio c’è nel nuovo, e riconoscete invece quanto c’è di autenticamente nuovo. La nostra cultura è gremita di valori “in sospeso”, virtuali, non sviluppati, da afferrare e far vivere.
6 Cercate di disegnare meno possibile. Lo spazio non si può disegnare, ed è l’unica cosa importante in architettura.
7 Rifiutate ogni metodologia deduttiva, quella su cui si basa la ricerca universitaria. Einstein e Popper hanno insegnato: senza dedurre, inventare e verificare. Magari per falsificare.
8 Punti di riferimento: William Morris e la teoria dell’elenco dei contenuti e delle funzioni; Art Nuoveau e Bauhaus per l’asimmetria e la dissonanza; Espressionismo (da Häring a Scharoun) per la tridimensionalità anti-prospettica; Theo van Doesburg e De Stijl, per la scomposizione quadridimensionale (ripresa oggi dai decostruttivisti); Fuller, Morandi, Musmeci per il coinvolgimento strutturale dell’architettura; Wright per lo spazio fluente; la paesaggistica più avanzata per il continuum fra edificio, città e territorio. Sette invarianti, o principi, o caratteri non solo del linguaggio dell’architettura moderna, ma del linguaggio moderno dell’architettura.
9 Bandite ogni discorso sull’“autonomia dell’architettura”. L’architettura è splendidamente libera perché è strutturalmente coinvolta.

È tutto. Mi auguro che la mia assenza vi renda felici.
Con ogni cordialità,
Bruno Zevi»

21.4.08

"Alla fie-era dell'Est, per 31 euro" feat. "Oi dialogoi"

Giusto un update, dato che sono impelagata con la progettazione di una cittadella per 2500 abitanti (della quale, e del perché io esali quotidianamente tuoni e fulmini per essa, forse vi dirò in seguito) che non mi lascia tempo da dedicare al mio vastissimo pubblico di lettori.
Dunque dicevo, l'update del giorno: tra sabato e domenica ho speso praticamente tutto quel che mi restava all'EdilLevante, materializzandolo in sei tascabili della Mancosu Editore, casa che conoscevo solo per il celeberrimo Nuovissimo Manuale dell'Architetto - quello di Zevi - e per poca altra roba, sempre di manualistica.
E invece, con mia grande sorpresa, ho scoperto la collana GTA, che per una volta non sta per Grand Theft Auto, bensì per "Grandi Tascabili di Architettura", libriccini compatti e ben impaginati, dalle tematiche alquanto originali, o per lo meno, deo gratias, poco frequentate.
I titoli che sono riuscita ad accaparrarmi sono:
  • Milano - architettura città paesaggio;
  • Architetture di pace, ospedali di guerra - le strutture sanitarie di Emergency;
  • Taccuini futuristi;
  • Adalberto Libera e il Gruppo 7;
  • Asfalto: materia, paesaggio
    e, non ultimo:
  • Architettura nell'età elettronica,
corposo saggio le cui tematiche non fanno che ricollegarsi al graditissimo Dialoghi sulla domotica e i suoi misteri di recente intrattenuto con l'ormai sempiterno frequentatore di questi luoghi che risponde, tra gli altri, all'acronimo di PEJA :D
Pregasi leggere ;)