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4.7.09

È necessario vivere / Bisogna scrivere

Ovvero: è tutta colpa di Facebook

Ogni tanto ritorno a scrivere su questo blog che, per la verità, non solo non ho mai deciso di abbandonare, ma per il mio subconscio è ancora tutto sommato parte integrante della mia attività nel mondo.
Come qualcuno saprà, parte dei motivi che mi portano ad aggiornarlo sempre meno spesso sono costituiti dal fatto che ne ho aperto un altro completamente dedicato all'architettura, e poiché ho ormai un'età veneranda, è bene il caso che orienti il mio tempo alle cause serie più che alle famose "divagazioni" del non sapersi accontentare.

E però, a dire la verità, non è che Il nido sia poi un fattore gravitazionale sufficiente ad esaurire il mio tempo o i miei argomenti; oggi, grazie ad un dialogo assai interessante con Salvatore D'Agostino (http://wilfingarchitettura.blogspot.com/), capisco che è tutta colpa di Facebook.

Facebook sembra fornire il massimo livello di libertà individuale nel livellare qualsiasi gerarchia permettendo, almeno in linea di principio, il contatto del contadino tailandese con il presidente degli Stati Uniti.
Se è vero che anche i blog costituiscono un rivoluzionario strumento di democratizzazione, permettendo a chiunque di condividere qualsiasi cosa, abbia essa un qualche valore o meno, essi conservano ancora una struttura che lascia all'utente della rete una vastissima libertà di scelta circa il numero e la tipologia di blog da seguire e stabiliscono così ancora una scala di valori che si può definire meritocratica: un bravo blogger avrà molti lettori; un pessimo blogger scriverà solo per sè. In sostanza, una scala basata sul buonsenso.

Facebook ne è completamente privo. Il meccanismo dell'"un'amicizia su facebook non si nega a nessuno" e l'assoluta impossibilità di indicare una scala di priorità nei legami con tali amicizie generano un bombardamento di informazioni completamente inutili e per lo più fastidiose che è impossibile disciplinare in qualsiasi modo. I pochi strumenti a disposizione per modificare le opzioni di visualizzazione delle notizie, infatti, comprendono soltanto scelte bistabili (ON/OFF) da operare nei confronti delle persone anziché di quello che esse condividono (fatte salve alcune applicazioni). Tale livello di personalizzabilità del servizio è assolutamente inaccettabile per quello che si ritiene ormai lo strumento principe del web 2.0.

Ma veniamo al dunque.
Questa inutile, dannosa sovraesposizione a fatti di importanza meno che nulla (tecnicamente: stronzate) e/o a loro descrizioni di livello pre-alfabetico annichilisce il desiderio del blogger "tradizionale" di condividere ulteriori informazioni, benché magari strutturate e circostanziate a dovere, perché a un livello anche conscio egli raggiunge il troppo pieno prima ancora di metter mano alla tastiera.
Questo per dirla alla maniera meno dolorosa possibile. A voler guardare più a fondo, in realtà, probabilmente c'è anche dell'altro.
Facebook sta uccidendo i blog, in sostanza, e non sono certo solo io a dirlo. Solo che me ne sono resa conto soltanto adesso, considerando l'effetto sulla mia stessa persona. Perché erano nati i blog, sarebbe a questo punto da chiedersi? Per desiderio di condivisione. Un desiderio alle spalle del quale c'è, ovviamente, una percentuale altissima di esibizionismo proprio della maggior parte degli esseri umani.
Bene, tale desiderio di condivisione/messa in mostra di sè trovava con i blog la possibilità di tradursi nella diffusione rapidissima di contenuti anche di grande interesse. Trasformava potenzialmente vizi in virtù.
Facebook, al contrario (esasperando tra l'altro una tendenza già presente in Twitter) altro non è che un sito che fornisce per via endovenosa sostanzialmente la stessa dose di soddisfazione generata dall'aver mostrato qualcosa di sè a qualcuno, ma nella forma al più di una frase associata al proprio nome (eredità del messaggio personale di Messanger) o di un link, o di un test. Poco di più. Lo stesso strumento delle note è fallimentare nella sua assoluta scomodità.

Non è difficile quindi cadere nella trappola: perché non c'è miglior modo di far tacere chi ama chiacchierare che riempirlo di chiacchiere consentendogli di rispondere a monosillabi.

Allora, il mio appello è ai tanti bravi blogger che conosco. Non smettete per nessun motivo. E usate Facebook il meno possibile. Lo usate già poco? Usatelo la metà di quel poco. E attenzione ai contentini.

P.s.: se per caso questo post vi avesse generato un qualche desiderio di rispondere, non fatelo su Facebook. Venite qui, bussate alla porta di quelli con cui vi interessa davvero interagire. E imparate a ignorare tutti gli altri.


17.2.08

Lasciare l'impronta non è sempre bene...

Calcolate la vostra impronta ecologica (in genere si valuta in kmq, quelli necessari a produrre il cibo che consumiamo ed a smaltire i rifiuti che produciamo in un anno; in questo caso, l'impronta viene stimata in emissioni di anidride carbonica per anno) grazie a questo sito. Scoprite quanto pesate sull'equilibrio planetario e come migliorarvi un po'. Se non conoscete alcuni indicatori, potete usare delle medie, ma tenete conto che sono basate su standard, se non ho capito male, canadesi. In ogni caso, tenete conto che le unità di misura sono quelle anglosassoni e non quelle del sistema metrico decimale.
Il mio risultato è: 7,2 tonnellate di CO2/anno, che potrei, con qualche sforzo, ridurre a 4,9. Sigh.



6.2.08

Critiche di... facciata


Allora, non è questione di Grillo sì o Grillo no. Ascoltare del qualunquismo con basi culturali nulle mi fa girar le scatole in generale, e di più quando si parla di Architettura.
L'Architettura è la più snobbata delle arti, la meno nota al grande profanus vulgus? Un tempo, forse. Ma di quel tempo è rimasto metà del corredo genetico, quello che ancora fa dire al signor Bianchi che il moderno è uno schifo (così, tout-court), che cemento è demonio, che, Le Corbusier? Wright? sì, ma... spallucce; ed ecco che è facile sparare a zero, e che ci vuole. «I bravi architetti ci sono, ma bisogna farli parlare!». Ah bravo, grazie. E ce li suggerisci tu quali sono, Beppe? Tu che disprezzi con così gran cognizione di causa il Guggenheim di Barcellona di... dunque... Paul Gehry? Con poi battute che erano inflazionate già quando almeno cinque anni fa ci ironizzavano su i Simpson. E dire che io Gehry lo odio.
E non è da meno Majowiecki, professore allo IUAV che si riduce alla più gretta sparatoria formale generalizzata dicendo che «si dimenticano le funzioni, si fa solo scenografia». E certo, perchè si vive bene sono nei parallelepipedi, anzi, meglio se cubi; di mattoni, è chiaro, con una porta e una finestra. Posso solo immaginare che grande impianto teorico possa star dietro a questa sequela di gratuita immondizia sparata sui poveri, ignari spettatori.
Non sono le istanze formali che vanno contestate all'Architettura contemporanea, brutti imbecilli. È lo starsystem architettonico in sè, la cui esistenza è nota ormai a chiunque, a certa prova, appunto, dell'espandersi della cultura architettonica al di fuori della ristretta cerchia degli adepti del settore; ma è un espandersi superficiale e spocchioso, quell'altra metà cromosomica che fa il paio con la prima, un'Architettura portata a status-symbol borghese, borghesissimo, con nessun pathos e tutta etichetta, solo - metafora calzante - di mera facciata.
Certo, è colpa del settore stesso, che probabilmente è così che vuol vendersi; si veda il look iperpatinato delle riviste (segnalo, su questo argomento, il video "Clip, stamp, fold" che potete vedere in questa sezione - cercatelo nella mischia di link, in ordine alfabetico, oppure usate il motore di ricerca interno - del bellissimo sito ultrafragola.com, che consiglio a tutti di tenere sotto il cuscino) e la medesima tensione alla vanità e alla reciproca masturbazione dei componenti del gotha dell'ars aedificatoria.
È quando si sfora sui budget, questo sì, che fa degli architetti delle primedonne auto-autorizzantisi a qualsiasi cosa pur di permeare di sè il mondo.
Potrebbe persino essere un problema formale, a volte, perchè certo, non tutte le soluzioni sono giustificate da ogni contesto (e su questo, e sul gran vizio dell'Architettura contemporanea di essere - tendenzialmente - aspecifica rispetto ai luoghi in cui si inserisce e malata di "internazionalismo", si potrebbe dir molto, addirittura troppo) o da valori intrinseci che non siano mirati alla sola stravaganza; ma non è certo Grillo a potermene parlare, dall'alto del suo sapere architettonico e, di più, della sua indubitabile esperienza in fatto di infrastrutture ed urbanistica: mi risparmierò commenti su quanto detto al minuto 7:34 del video. A chi, infatti, non sembra palese come a Beppe che connettere una stazione con uno snodo automobilistico (a prescindere dal fatto che sia a Venezia o meno, perché la critica trascende il contesto - giusto per non ricadere nell'errore dei criticati, si noti) sia cosa folle ed inutilissima? Ma certo Beppe, come no. Perché, a te, i bagagli di tua madre quando arriva col treno li porta a casa qualcun altro, probabilmente.
Per non dire delle vignette sui ponti, patetico siparietto la cui onestà intellettuale mi fa rimpiangere quella delle ultime campagne elettorali.
Grillo, per pietà e per il tuo stesso orgoglio personale, non metter più bocca dove non sai che dire; o se vuoi farlo, e mandare qualcuno a fanculo con cognizione degna, vacci prima un po' tu. A studiare, intendo.

3.2.08

Recitato (un atto di accusa e un'invocazione)

«Ascolta
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?»

[da Sogno numero due, in Storia di un impiegato, Fabrizio de André, 1973]
[Ogni riferimento a fatti o persone della cronaca contemporanea è puramente indignato ed intenzionale.]

25.1.08

Benché 'l parlar sia indarno

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme
Nuda la fronte e nudo il petto mostri,
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna!
Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia,
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perchè, perchè? dov'è la forza antica?
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
0 qual tanta possanza,
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: ío solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L'itata gioventude? 0 numi, o numi
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre
E voi sempre onorate e gloriose,
0 tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
lo credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprir le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l'Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d'Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglicasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come si lieta, o figli,
L'ora estrema vi parve, onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
Ma v'attendea lo scuro
Tartaro, e l'ond'a morta;
Nè le spose vi foro o i figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
ve' come infusi e tintí
Del barbarico sangue i greci eroi,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro,
0 benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch'io per la Grecia i mororibondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.

[Leopardi - All'Italia]

17.1.08

Università Roma la Scemenza

Bene, è passato un tempo sufficiente acciocché anch'io mi pronunci in proposito.
Sinceramente penso che, per prima cosa, sia stata fatta una figura di merda senza paragoni. Ciò mi rende per l'ennesima volta stanca di far parte di un paese di cui mi devo sentir stanca di far parte.
Perché sono sempre, e sempre stata, dell'opinione secondo la quale l'attacco è la difesa ultima, e ci si spinge alla difesa ultima solo quando si è in posizione di estrema debolezza.
Certo, le rivoluzioni non si fanno standosene in poltrona a contemplare il fatto proprio, ma non si fanno nemmeno con atti sconsiderati e puerili di punto rilievo strategico.
Chi vi parla non è certo una fervente cattolica, come avrete capito. Se mi devo definire, prendo spunto dal bello studio sul libero arbitrio (unica questione su cui mi sapete ben salda sulla stessa posizione dall'età di 16 anni) di Nannini che mi inquadra senza dubbio alcuno tra quei deterministi duri presso i quali assai poco spazio è concesso alla religione e le cui posizioni, proprio citando Nannini, «per i più sono non solo false, ma degne della più ferma riprovazione morale».
Detto questo giusto come cappello utile a voi per criticare la mia opinione con il giusto metro, credo che, per prima cosa, se il rettore ha preso una decisione non condivisa da un numero così elevato (67, dicono) di docenti, qualcosa non va all'interno della piramide dei bottoni de la Sapienza. In pieno spirito democratico, non confido in nessun modo nello strapotere dei rettorati: la decisione avrebbe dovuto esser messa ai voti, e se così è stato fatto, la petizione in sé e la sua aggressività sono a maggior ragione l'indice dell'imbecillità e della miopia della classe docente de la Sapienza, non avendo alcun fondamento democratico né di altra natura.
In secondo luogo, sono senz'altro d'accordo che l'invito rivolto al papa a tenere in quella sede un discorso poi rivelatosi di quel genere fosse di dubbia condivisibilità. Tuttavia, a cose ormai organizzate, personalmente come studentessa mi sarei limitata a sbadigliare grandemente al momento del discorso, o se proprio come insegnante avessi voluto destare scalpore, non mi sarei presentata all'evento, facendo senz'altro miglior figura per me e per la mia categoria tutta.
D'altronde, Ratzinger è una persona intelligente e come tale merita se non altro tolleranza e di essere ascoltato. Nel suo ruolo può suscitare rancori profondi, posso capirlo; ma, pfui, l'idea di corrergli contro con cartelli del tipo "avete ucciso Giordano Bruno" mi fa, se possibile, ancora più tristezza.
Che noia. Lo so, l'ho detto io stessa che le rivoluzioni non si fanno da seduti, ma buondìo - è il caso di dirlo -, si fanno quando è il caso di farle. Il cattolicesimo si sta già sgretolando da solo. Risparmiamo le nostre forze per qualcosa di più interessante.

18.9.07

È un problema di spazio

Anche la disperazione impone dei doveri
e l'infelicità può essere preziosa
non si teme il proprio tempo è un problema di spazio
non si teme il proprio tempo è un problema di spazio

[CSI - La linea gotica]

Basta, occorre che io scriva.
Ragazzi, amici bloggers baresi, vi chiamo ad esprimervi su una questione per me fondamentale.
Pur non potendomi dire propriamente vicina alla laurea, sento ormai da tempo il peso delle risoluzioni che ci si aspetta che io prenda riguardo al mio imminente futuro.
Come sapete, il mio campo (mio? E da quando? Quanti dubbi ancora irrisolti m’impediscono di abbandonarmi completamente alla vocazione?) è l’Architettura con tutti i suoi dintorni, e come certo anche saprete, Bari non è una città in cui per un architetto sia poi semplice trovare risposta alle proprie aspirazioni. Dunque, sembra prospettarsi per me quasi ovvia la scelta della partenza, prima o poi; se io lo voglia o no, non è né chiaro, né a quanto pare importante.
Certo, ho avvertito spessissimo chiari segni da parte mia di una sincera vocazione al nomadismo. Ho voglia di stare per un po’ in un posto dove mi sia necessario parlare un’altra lingua, e poi un’altra, e poi un’altra. Non che non ami la mia, tutt’altro, mi sapete senz’altro feticistissima al riguardo. Ma così, per cambiar aria, per imparare tutto ciò che la mia storia personale mi ha impedito di apprendere finora.
Ma l’altra faccia di questa medaglia (al valore perduto) è il dolore che già oggi provo al pensiero della partenza. Lasciare tutto ti sradica, bando ad illusioni contrarie, ed io ho paura. Paura di ascoltare per telefono quella voce strana che mia madre fa quando sono lontana, anche solo per poco: una voce diversa, una voce per estranei. Ho paura di non poter vedere i miei invecchiare e mio fratello diventare un uomo. Per come son fatta, prima o poi gli impegni mi fagociterebbero, e riuscirei a vederli pochissimo. Talmente mi fa soffrire questo che scrivo, colleghi, che lo faccio a fatica.
Eppure, qui non si può restare. Per quanto io l’ami, questa città è una delusione continua. Per qualsiasi minuscola cosa ci si deve scontrare contro muri di disperazione, di noia, di indifferenza, di sonno. Io la difendo a spada tratta sempre, la mia tana; fronteggio detrattori di tutte le specie, con tutti gli argomenti che posso, primo l’orgoglio.
Ma poi, quando resto con te da sola, mia patria malata, sei proprio tu ad allontanarmi. Non è così? Come la lupa amorevole con il cucciolo ormai grande.
Che devo fare?
Sperimentare la vita vera al di là della linea d’ombra? Scoprire di quanto mi sono privata fino ad oggi, dolermene tanto da non riuscire ad impadronirmene, e tornare con la coda tra le gambe? Oppure, mandare tutto al proprio fanculo, scappare, sperare di sfondare (dove? chi?), dimenticare il resto?

Ecco che qui ricorro al vostro capezzale, allora, voi che conoscete ciò di cui parlo, fratelli miei!
Io conosco certi di voi, come me, che hanno ancora speranze per questa città. Che farete? Resterete? Se solo fossimo così tanti, così forti da ricostruire ciò che anni di silenzio hanno distrutto… Riempiamo Bari di gallerie d’arte, di movimento, parliamo! Che ci sia ad ogni angolo musica e colore; che si formino salotti, riviste, opinioni; che s’ami quanto c’è da amare, ed odi quanto lo occulta.
Vi prego, io andrò via, ma voglio tornare; ditemi che lo faremo tutti, che ci sarà un futuro per il luogo in cui siamo nati!


1.3.07

Un lancinante desiderio di Architettura

Mi sento così sola nella mia ricerca. Dannazione, speravo che all'università avrei trovato altro. Nella fattispecie, con chi costituire il mio personale nucleo bohèmien, fondare una Scuola di Bari per la rivoluzione totale delle arti e delle architetture.
Questo Amore si è preso una scarpa, un dente, e buona parte di me... ma, me sola? Non voglio crederlo.


Il Politecnico è una strana parte di mondo. Diciamo, una parte sufficientemente variegata da rappresentarlo efficacemente quasi per intero. Una qualità ambientale mediamente scarsa, con i suoi 17 anni di esistenza e gli acciacchi di mezzo secolo, il buon verde, ma che potrebbe essere più verde, il bel ponte sulla piazza coperta a vetro, e ovunque le cacche dei piccioni, le aule a Scianatico e l'aula P. Il DAU e il DEE. La biblioteca e il centro stampa. Il sole dalle vetrate. Il neon. I rapporti con l'AAM e quelli con le aziende. ISF e il mondo reale.



Cosa può venir fuori da tutto questo? Sono autorizzata ad aspirare a qualcosa di grande?


Ho sperato in un carnevale a Dessau, mi sono (pur-troppo) fidata del Paradiso, adesso!, tanto che al suo solo ricordo, mi vien da vivere.

Oh, fratelli disseminati per il mondo! Prendete la mia mano, sporchiamoci di carboncini premonitori! Cosa aspettiamo? Sono qui, sono io che cercavate per il nostro riscatto.


E invece, qui davanti al computer, incapace forse io di vedere in altri occhi il mio stesso bruciare, ma dico, quanto scavare tra l'inettitudine e l'arrivismo? Cercavo amore puro ed ho trovato futile odio, impeto e ed ho avuto noia; ho richiesto un indice di gradimento, mi hanno risposto con un medio di disillusione.

Continuerò il mio solipsistico viaggio finché non sarà qualcuno a cercare me?

Rispondete, se esistete, irrequieti.

23.1.07

Firma anche tu!

Petizione

Contro lo sfruttamento di questo Dio Padrone

Per una Libera Riconvertibilità del Denaro in Tempo

Basta, siamo stanchi! È ora di finirla, non è più l'epoca dei Tuoi sporchi privilegi!
È arrivato il momento che l'umanità si renda conto che il tempo è un bene comune, e spetta di diritto a tutti gli uomini e a tutte le donne! Non siamo più disposti a vedercelo strappar via con l'ignobile scusa per la quale saremmo ricompensati in danaro, quello stesso che si vuole che noi si spenda in vilissima merce!

È per questo motivo che:

Associazione Aventi Diritto Uniti, ADOCN - Associazione Donne sull'Orlo di una Crisi di Nervi, Associazione Filosofi a Tempo Perso, Associazione Hobbisti Compulsivi, AIV - Associazione Indecisi Volontari, AIVA - Associazione Impiegati con Velleità Artistiche, Associazione per la Cultura Enciclopedica, Curiosi & Curiosi Associati, LaRecherche O.N.LU.S., Ordine degli Intellettuali Generici, PDI - Pieni di Impegni Onlus, Sindacato Esseri Viventi, S.MU.S.MA.NO.P. - Sindacato Musicisti Sì Ma Non di Professione, STN - Associazione di promozione personale Sappiamo Tutto Noi, Studenti Frustrati Onlus, Studenti Secchioni Onlus, Superamici Onlus

ESIGONO
entro il 2007 la liberalizzazione del mercato del tempo, da attuarsi mediante la creazione di sportelli di scambio tempo - denaro, con prezzi calmierati (1 euro = 1 ora) per la durata di mesi 12. Esigono altresì convenzioni statali per le piccole e medie imprese (che tanto di grandi non ce ne sono).
Se entro il giorno 29.01.08 Essi, nella persona di Dio, non avranno adempiuto alle richieste succitate, e se alla data del 29.07.07 i Firmatari non otterranno in forma scritta prova dell'avvenuta presa visione della presente e dell'impegno a soddisfare le istanze proposte, sarà indetto uno sciopero generale di tutte le categorie dell'universo a tempo indeterminato.

I Firmatari


12.10.06

E che sia un dibattito.

- Per tutti voi bloggers. -

Oggi richiedo il vostro intervento, miei cari, perché asfissiata dalla noia del mal di vivere intendo interrogarmi a dovere sull'argomento.
Quel che mi spinse ad aprire un blog fu a suo tempo il desiderio di esternare mie proprie digressioni sulla bellezza (i quattro percorsi estetici fin qui analizzati ne erano solo una delle sfaccettature) avendo la libertà, che non avevo altrove, di mostrare e sviscerare pubblicamente argomenti di mio personale interesse. Difatti, prima di aprire I caratteri, la mia casa - in coabitazione - era il forum ControCultura del sito Skakkinostri (potete visitarlo attraverso il link che fornisco qui accanto), nel quale fiorente era il dibattito quotidiano su temi notevoli. Decaduto il livello della discussione ed abbandonata, o quasi, la piazza da parte dei migliori partecipanti (causa, questa, o conseguenza del declino, non sono in grado di dirlo) e quindi perso lo stimolo a proporre argomenti "strani" come i miei personalissimi, che sarebbero stati accolti con rispetto solo da coloro con cui potevo condividere un'altissima stima reciproca, io pure ho disertato quella scena e mi sono concentrata qui.
Salvo poi risvegliarmi dopo alcuni mesi con la netta sensazione di essere più sola di prima.
Certo, un blog si presta a diventare zibaldone di cose private (bah) e non manca la tentazione a rivolgere post enigmatici a pochi precisi destinatari: non sono stata infatti esente neanch'io da quest'uso un po' deviato, accademico, retorico e patetico.
È solo che oggi sono stanca, e chiedo a voi di trasformare questo posto, anche per poco, in un surrogato di forum e di farmi, in sostanza, un po' di compagnia nelle mie riflessioni su di esso stesso.
Quale senso ha un blog? Uno blog normale, intendo, non quello di Grillo o 7 in condotta od altri che contano ogni giorno migliaia di interventi ed hanno decine di collaboratori. Un blog normale, come il mio e il vostro.
Come si può non ammettere di essere autoreferenziali? O lo è solo chi, come me, parla praticamente solo a se stesso non avendo - per colpa o per sventura - la fortuna di possedere una larga cerchia di lettori/ammiratori che tengano viva la discussione?
Che valore ha la lezione frontale che l'amministratore di un blog impartisce al resto del mondo?
Cosa ha spinto voi a fare uso di questa piacevole sostanza?

A voi la parola. Se ne avete voglia.