Visualizzazione post con etichetta Rivelazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rivelazioni. Mostra tutti i post

8.8.09

Prolegomeni ad ogni metafisica del futuro

Le leggi del caos


Vi propongo una riflessione estemporanea.

Come sa chi mi conosce un poco, la maggior parte dei miei turbamenti esistenziali si condensa, a volerla far semplice, nell’espressione popolare “chi troppo vuole nulla stringe”; il vano desiderio di una conoscenza enciclopedica era, per l’appunto, quello che mi aveva spinto alla scelta universitaria. Una ingegneria, certo, ma un’ingegneria mista, nella quale trovasse posto tanto l’analisi matematica vettoriale quanto la storia del design, tanto la chimica subatomica quanto il disegno d’architettura.
Bene, oggi che comincio a intravedere la fine di questa avventura formativa e che quindi posso guardarla, per così dire, “da lontano”, nella sua interezza, mi sembra si delinei alquanto chiaramente che questa ha seguito sempre un unico disegno. E che questo disegno, anche se a mia insaputa, è risultato alla fine essere quello che avevo cercato sin dal primo momento. Tutto ciò non può che riempirmi di gioia.

Eppure, non avrei mai pensato di poter riuscire in un simile compito. Quando finii le scuole medie e mi ritrovai a dover fare l’epica scelta tra liceo classico e liceo scientifico, per un lungo periodo ero molto scettica rispetto a quest’ultimo perché, udite, credevo di non essere tagliata per il disegno tecnico. Una certa carenza di lungimiranza, è il caso di dire. Quando poi ero sul punto di finire il liceo, appunto scientifico, avrei assai volentieri preso filosofia. O, in ogni caso, credevo che sarei diventata tutto fuorché un ingegnere, idea che mi disturbava, quantomeno se applicata alla mia persona. E invece, nell’ultima settimana disponibile per le iscrizioni operai la mia scelta “definitiva” convinta dal piano di studi, ma soprattutto da alcune iniziali inclinazioni per il restauro, senz’altro retaggio di una famiglia di cultori dell’antiquariato e del collezionismo (e di cordiali detestatori di qualsiasi cosa, in arte, possa vantare meno di due o tre secoli d’età). Mai avrei pensato di potermi interessare alla progettazione. Anzi, conservavo molti dubbi sulle possibilità dell’architettura contemporanea di interessarmi veramente. La consideravo, tutto sommato, una materia sterile.

Analizzando a posteriori questa mia patologica incapacità di fare previsioni sul mio avvenire mi sono spesso chiesta se presto o tardi non sarei finita ad insegnare meccanica razionale in un cantone svizzero. Ad oggi, otto agosto duemilanove, questa possibilità mi sembra alquanto lontana (ma la misura di quanto ne sono grata potrebbe essere un ottimo indicatore in senso contrario, a voler seguire il trend d’incongruenza adottato finora). In compenso, sto preparando la tesi, una tesi complessa il cui argomento ho la fortuna di aver potuto scegliere in tutta libertà, e la sorpresa che provo ogni passo di documentazione che compio continua a raccontarmi dell’apparente impredicibilità della mia esistenza, e contemporaneamente della sua precisa conformazione ad una scala più ampia. Ancora una volta, ad esempio, mi trovo faccia a faccia con temi e romanzi di fantascienza, genere che mai prima d’oggi mi aveva interessato in alcun modo e dal quale adesso non posso più prescindere.

E tuttavia – è qui che volevo andare a parare – oggi vedo che ognuno dei repentini cambi di rotta compiuti rispetto ad ogni mia personale metafisica del futuro non ha fatto che condurmi nell’unica direzione per me da sempre immutata: quella dell’invincibile tensione eclettica.
La mia scrivania salentina è coperta di libri. William Gibson e Philip K. Dick, ma anche Borges e Baudrillard. Due libri di cronaca scientifica sul caos matematico. Due Derrida e un McLuhan. Libri di neuroscienze e di informatica. Titoli dal sapore visionario e classici intramontabili di narrativa.
In sostanza oggi ho capito che il premio per l’onestà intellettuale nei confronti di se stessi è la realizzazione di una visione complessiva che si verifica anche quando un desiderio profondo sembra essere stato messo nel cassetto. Con buona pace di chi disse il contratio, la vita è ciò che progettiamo mentre siamo occupati a far accadere altre cose.

4.7.09

È necessario vivere / Bisogna scrivere

Ovvero: è tutta colpa di Facebook

Ogni tanto ritorno a scrivere su questo blog che, per la verità, non solo non ho mai deciso di abbandonare, ma per il mio subconscio è ancora tutto sommato parte integrante della mia attività nel mondo.
Come qualcuno saprà, parte dei motivi che mi portano ad aggiornarlo sempre meno spesso sono costituiti dal fatto che ne ho aperto un altro completamente dedicato all'architettura, e poiché ho ormai un'età veneranda, è bene il caso che orienti il mio tempo alle cause serie più che alle famose "divagazioni" del non sapersi accontentare.

E però, a dire la verità, non è che Il nido sia poi un fattore gravitazionale sufficiente ad esaurire il mio tempo o i miei argomenti; oggi, grazie ad un dialogo assai interessante con Salvatore D'Agostino (http://wilfingarchitettura.blogspot.com/), capisco che è tutta colpa di Facebook.

Facebook sembra fornire il massimo livello di libertà individuale nel livellare qualsiasi gerarchia permettendo, almeno in linea di principio, il contatto del contadino tailandese con il presidente degli Stati Uniti.
Se è vero che anche i blog costituiscono un rivoluzionario strumento di democratizzazione, permettendo a chiunque di condividere qualsiasi cosa, abbia essa un qualche valore o meno, essi conservano ancora una struttura che lascia all'utente della rete una vastissima libertà di scelta circa il numero e la tipologia di blog da seguire e stabiliscono così ancora una scala di valori che si può definire meritocratica: un bravo blogger avrà molti lettori; un pessimo blogger scriverà solo per sè. In sostanza, una scala basata sul buonsenso.

Facebook ne è completamente privo. Il meccanismo dell'"un'amicizia su facebook non si nega a nessuno" e l'assoluta impossibilità di indicare una scala di priorità nei legami con tali amicizie generano un bombardamento di informazioni completamente inutili e per lo più fastidiose che è impossibile disciplinare in qualsiasi modo. I pochi strumenti a disposizione per modificare le opzioni di visualizzazione delle notizie, infatti, comprendono soltanto scelte bistabili (ON/OFF) da operare nei confronti delle persone anziché di quello che esse condividono (fatte salve alcune applicazioni). Tale livello di personalizzabilità del servizio è assolutamente inaccettabile per quello che si ritiene ormai lo strumento principe del web 2.0.

Ma veniamo al dunque.
Questa inutile, dannosa sovraesposizione a fatti di importanza meno che nulla (tecnicamente: stronzate) e/o a loro descrizioni di livello pre-alfabetico annichilisce il desiderio del blogger "tradizionale" di condividere ulteriori informazioni, benché magari strutturate e circostanziate a dovere, perché a un livello anche conscio egli raggiunge il troppo pieno prima ancora di metter mano alla tastiera.
Questo per dirla alla maniera meno dolorosa possibile. A voler guardare più a fondo, in realtà, probabilmente c'è anche dell'altro.
Facebook sta uccidendo i blog, in sostanza, e non sono certo solo io a dirlo. Solo che me ne sono resa conto soltanto adesso, considerando l'effetto sulla mia stessa persona. Perché erano nati i blog, sarebbe a questo punto da chiedersi? Per desiderio di condivisione. Un desiderio alle spalle del quale c'è, ovviamente, una percentuale altissima di esibizionismo proprio della maggior parte degli esseri umani.
Bene, tale desiderio di condivisione/messa in mostra di sè trovava con i blog la possibilità di tradursi nella diffusione rapidissima di contenuti anche di grande interesse. Trasformava potenzialmente vizi in virtù.
Facebook, al contrario (esasperando tra l'altro una tendenza già presente in Twitter) altro non è che un sito che fornisce per via endovenosa sostanzialmente la stessa dose di soddisfazione generata dall'aver mostrato qualcosa di sè a qualcuno, ma nella forma al più di una frase associata al proprio nome (eredità del messaggio personale di Messanger) o di un link, o di un test. Poco di più. Lo stesso strumento delle note è fallimentare nella sua assoluta scomodità.

Non è difficile quindi cadere nella trappola: perché non c'è miglior modo di far tacere chi ama chiacchierare che riempirlo di chiacchiere consentendogli di rispondere a monosillabi.

Allora, il mio appello è ai tanti bravi blogger che conosco. Non smettete per nessun motivo. E usate Facebook il meno possibile. Lo usate già poco? Usatelo la metà di quel poco. E attenzione ai contentini.

P.s.: se per caso questo post vi avesse generato un qualche desiderio di rispondere, non fatelo su Facebook. Venite qui, bussate alla porta di quelli con cui vi interessa davvero interagire. E imparate a ignorare tutti gli altri.


19.1.09

La domanda sorge spontanea



[Rodolfo de Angelis - Ma cos'è questa crisi?, 1933]

28.3.08

E ci jè, probbe la storie de Minze Cule!

Ebbene sì, signore e signori. L'abbiamo trovata: dalla notte dei tempi, la fantomatica storia di Minze Cule (evidentemente "Mezzo Culo", evidentemente in dialetto barese :D) che nella tradizione della mia città equivale all'antonomasia di tutte le vicende da due soldi. Ecco a voi...

La storie de Minze Cule

Iève na volde e stève na famìgghie combòste da u-attàne,da la mamme e da le fìgghie.
Na dì ca facève fridde le fìgghie decèrne a la mamme: “Mamme, fasce fridde, u sa com'azzècchene le frittue? L'am'a fa? ".
“Iè vvère "
, decì la mamme, "ch'u ffridde ca strènge nge velèssere do frìttue. Ma com'am'a fa ca la fresòre no la tenìme?"
“Mamme, e no la puète pegghià m'bbrìiste de nguàcch'e sedetùre?"
“Sine, iè vvère"
decì la mamme a la fìgghia granne, "u sa ci-à da fà, va da Mìinze Cule e fàttela dà. Però no la si chiamànne ch'u sopanòme, chiàmele Jangelìne ".
La fìgghie acchesì facì.

Tuppe, tuppe.
"Ce iè?”
“So ji, iàbbre Jangelìne “.
“Ci uè, pecceuèdde? “.
“Me manne mamme. Ha dditte ce nge puète dà m-bbriìste la fresòre, fra na mènz'ore te la pòrteche ndrète”.
“E ci-avit'a fa?”
"Am'a fa le frittue e le canzengiìdde", decì la uaggnèdde.
”Iòsce, che ccusse ffridde, so pròbbie adattàte", respennì Miìnze Cule.
“Ii te dogghe la fresòre, dingìuue a mmàmete, però tu m'ha d'annùsce ngocch'e ffrìttue e calzengìidde. A se nò non de la dogghe. Va bbùune?"
“Sine, sine Jangelìne ", decì la pecceuèdde, "ngi-u digghe a mmamme. Statte secùre ca nu non zime sgrate ".
“Va bbène, vattìnne "
, decì Mìinze Cule e nge dètte la fresòre.

La uaggnèdde tutta presciàte se ne sci a la case. Come arrevò, la facì a vedè a la mamme ca mannò a cattà la masse da chèdde ca vènne u ppane e acchemenzò a preparà tutte le cose ca nge velèvene.
Fernùte de frisce, na frìttue iune e na frìttue u ualde, nu calzengìidde a iùne e nu calzengìidde o ualde, sci a fernèssce ca u piàtte arremanì vacande.
"E mmò", decì la mamme, “come am'a fa pe Mìinze Cule?"
“Ii”
,decì la fìgghie, “non dènghe facce de sci a ddange ndrète la fresòre sènza pertànge u piattecìidde de le frittue e de le canzengìidde ca nge so premettùte ".
“Mo sacce jl ci-am'a fa, viste ca la masse no nge ne sta cchiù", decì la mamma.

Pegghiòrne la canìgghie ca servève pe ffa u mangià pe le gaddìne e la trembòrne. Acchesì facèrne la masse.
Aradòrne u tiàne e assi ngocch'e checchiàre de carna sfritte, nu pìcche de recòtte e nu pìcche de zzùcchere. Ma chisse cose ièvene picche assà. Allòre le fìgghie se dèttère da fa ad accìte maggnàttue e ssurghe. Mbastòrne tutte cose e frescèrle frìtttie e calzengìidde.
La mamme preparò nu bbèlle piattecìidde u-accheinegghiò che nu pannolìne e ngi-u dètte a la fìgghie che la fresòre.
"Ecche", disse, ”va da Mìinze Cule e dange tutte cose. Chiàmele Jangelìne e nnò Mìinze Cule. E ddì:
"’Iangelìne, cusse iè u piatteciidde de le frìttue, chèsse iè la fresòre e bbuène appetìte, ha dditte mamme’".

La uaggnèdde acchesì facì. Come Mìinze Cule avì la fresòre e u piattecìidde de le frìttue e calzengìidde, decì:
"Gràzzie, puèrte tande salùte a mmammete " e come la uaggnedde se ne sci, ammenò la mane o piattecìidde e trò u prime beccòne a nu calzengìidde. O prime muèzzeche capetò u poste addò stève la recotte.”Oh! ci è bbèlle ", decì, e mastecàve che ttutte u guste. Come trò u ualde muèzzeche addò stève u sorghe ele maggnàttue, scketò n dèrre e ammenò na sendènze.
“Puh ", decì, ”gocce hann'avè, ci-hanne mettùte ddò iìnde? " Facì pe vedè e acchiò surghe, maggnàttue e ttand'alde anemàle sckefùse. S'alzò da la sègge tutt'agetàte, iève devendàte rosse come a nu diauuìcchie. Auuandò u rèste du calzengìidde e u sbattì n-dèrre com'a nu pulpe. Sùbbete fesc'i la gatte pe mangiassìiuue, ma come mettì u nase, se dètte n-drète percè iève fetènde.
“AhAh ssì ", decì Mìinze Cule, "vu credite d'avè pegghiàte pe ffèsse a mmè, ma mo m'agghi'a vendecà. A ttutte v'agghiaccìte, quand'è vvère ca me chiàmeche Mìinze Cule".

Na sedetùre sendì de gredà a Mìinze Cule e sscì sùbbete ad avvesà la mamme de la pecceuèdde.
Tutta trevegghiàte la poverèdde acchemenzò a pegghià il sapone e u stennì sop'a le gradìne de la scala ca dève a la case ch'u desìggne de Mìinze Cule come avev'a salì sùbbete avèv'a sceuuà.
Acchesì facèrne. Angèrne le gradìne de sapòne, pegghiorne u comò e u liìtte e le rnettèrne drèt'a la porte e se scèrne ad ascònne, iùne iìnd'a la graste, iùne iìnd'o stepòne, iùne iìnd'a la credènze e u ualde iìnd'o lìitte apprìisse a la mamme, aspettànne ca Mìinze Cule se sfuàve.
Mìinze Cule, mbbèsce, se vestì a mmorte ch'u renzèle n-gape e nu trepète reveldàte che le cannèl'appecciàte sop'a oggn'e ggamme.
Se pegghiò nu bastòne de fìirre, u cambanìidde e se ne sci.
Come arrevò m-bbàcce o pertengìine, dètte na mazzàte de mìinze cule e u-aprì.
"Mo vènghe", decì acchiamendànne a la porte de la case, " e mmò am'a fa le cunde ".
La mamme e le fìgghie ca stèvene aschennùte cchiù se trevegghiòrne e pe la pavùre ièvene devendàte peccentrnne quànd'a nu pòdece.
Acchesì Mìinze Cule senò u cambanìidde e decì: " Mo salghe u prime gradìne ".
Come facì pe mmètte u pète sceuuò p'u sapòne ca stève e se spezzò na gamme.
"Ah! Maldètte a vvù ", gredò p'u delòre e pe la ragge Mìinze Cule, " ma v'agghi'avè all'òggne ".

Dlìn, dlìn, dlìn, senò n'alda volde u cambanìidde: " Mo salghe u secònde gradìne " e facì pe salì.
Brebùffete, sceuuò e se spezzò l'alda gamme. Mìinze Cule scettàve fuèche. Le maldezziùne arrevàvene n-giìle.

Iìnd'a la case la mamme e le fìgghie se facèrne iìnd'a le calzenìitte pe la pavùre; ma Mìinze Cule non z'affermàve.

Dlìn, dlìn, senò arrète u cambanìidde: " Stogghe a salì u tèrze gradìne ". Brebùffete, se spezzò nu vrazze e scettò cèrte lucche ca se sendèrne pezzìnghe a ccase de diàuue.
Dlìn, dlìn, dlìn, " Stoggh'a salì u quarte gradìne ". E come facì p'arrambecàsse se spezzò u ualde vrazze.

Che n-dutte chèsse arrevò suse cu velène e che la ragge a la vocche. Dètte na mazzàte de mìinze cule e aprì la porte.
U lìitte e u comò scèrn'a fernèsce m-bbacce o parète de facce m-bbrònd'a la porte.
Mìinze Cule tutt'arrabbiàte velòve pàgghie pe ccìinde ca vàdde schemegghiò u lìitte e come vedi la mamme e nu fìgghie iìnd'a nnudde l'accedì.
Acehesì sci vedènne a ttutte vanne. Acchiò nu fìgghie iìnd'o comò e u-accedì, acchiò u ualde iìnd'o uarnàre e u-accedì. N-zzòmme l'accedì a ttutte, scolùse a ccudde ca stève iìnd'a la graste.

Acquànne se retrò u-attàne, cusse fìgghie nge decì tutte.
U-attàne ce facì? S'armò e sscì ch'u fìgghie a la case de Mìinze Cule. Chòsse come u vedi, decì: " Ce uè?"
"Tu"
, respennì u-attàne, "si accìse la famìgghia mè. E mmò iì agghi'accìte a ttè ".
"No, no", decì Mìinze Cule, “non zo state iì".
"Nonn'e vvère ", decì u fìgghie, "ii te so vviste. Tu si state. Papà, accìdele".

Sènza ca Mìinze Cule petèsse cercà aiùte, che la sckùme a la vòcche, u-attàne l'accedì e se ne sci a la case ch'u figghie.
Come trasì pegghiò na medecìne pe ffà resescetà le crestiàne e l'ammenò sop'a ttutte le figghie e a la megghière ca ièvene state accìse e cchidde resescetòrne e stèrne chendìinde e felìsce.

Stòria mè non è cchiù, male a llore e bbène a nnù.


13.3.08

Mumble.

Vi sono al mondo due tipi di persone: quelle le cui posizioni vengono ritenute degne di nota solo perché espresse con innata autorevolezza e quelle che ottengono lo stesso risultato perché sono davvero convinte di ciò che fanno e dicono.
È da ciò che deriva la mia irriducibile diffidenza nei riguardi del genere umano.


7.3.08

Persa in Persepoli

Aaah. Dopo un'infinita serie di noiosissimi rinvii, finalmente ho dato restauro e posso passare lo straccio qua dentro, che si sta riempiendo di ragnatele.
Per la verità, non è che sia stata proprio ligissima (?) al mio dovere di esaminanda, perché mercoledì sera non ho saputo resistere al concedermi la visione di Persepolis, o meglio, al concedermi alla sua visione. Sì, perché è una pellicola cui non ci si può che abbandonare totalmente dall'inizio dei titoli di testa alla fine di quelli di coda.
Potrei dire di tutto e di più su questo straordinario film. Ma non lo farò, come non l'ho fatto qualche tempo fa per Into the wild, perché non voglio togliere nemmeno una parola allo stupore che, sono sicura, non potrà che ingoiarvi quando andrete a vederlo. Perché ci andrete, è un ordine.
Ad ogni modo, state attenti alla domanda che vi faccio. Se vi va, venite a rispondere una volta visto il film, ma badate che avete una sola chance. Dentro o fuori.
A prescindere da quale fosse la sua intenzione, a prescindere dal messaggio che lei possa aver voluto mandare e dal fatto che ci sia riuscita o no (che ne sappiamo?), cosa sentite di aver imparato dal film di Marjane Satrapi?

20.2.08

I want to erase architecture.

Questo era il titolo (rubato a Kenzo Tange) che, alcuni giorni fa, ero decisa a dare ad un post il cui concepimento andava definendosi a partire - ovviamente - da certe vicende personali che negli ultimi tempi avevano ingenerato in me svariati dubbi ed inquietudini riguardo la nostra amata materia.
Sarebbe dovuta essere, in sostanza, una specie di invettiva home-made, di quelle di cui solo si riempie la rete, potremmo dire, quando c'è da parlare di architettura da parte di voci in vario grado addentro al settore. Una invettiva alla mia maniera, naturalmente; ma pur sempre un'invettiva, con tutto ciò che questo comporta ma, soprattutto, con tutto ciò che questo non comporta, in termini qualitativi.
E invece, il passaggio per le mie mani dell'ultimo Casabella ha fatto scatutire una subitanea inversione di tendenza nello stato d'animo di fondo alla mia titubante quotidianità.
Aprire l'omaggio a Pagano è equivalso, per me, all'essere investita da un inesplicabile groviglio di sensazioni tra le quali distinguo a fatica orgoglio, terrore, affetto e riverenza e che nell'insieme di tutte mi hanno rovistato nel profondo fino a causarmi evidenze di un certo effetto anche a livello fisico.
Pagano era un poeta. Una gioia incontenibile ha accompagnato questa mia scoperta. Architettura e parole, architettura di parole, parole di architettura: è stato possibile: è stato reale: è ancora meraviglioso. Il mio desiderio ha una correspondance in un altro intelletto. E quale! C'è ancora speranza.
Penso a Pagano e agli altri e vedo in loro quello che esigo dall'architettura oggi, probabilmente invano. Lo scioglimento del conflitto tutt'altro che eterno - secondo me recentissimo - tra (grande) Architettura e (grande) Ingegneria, tra (grande) Architettura e (grande) Urbanistica, tra arte altissima e mestiere nobilissimo, un conflitto che è lì come se l'architettura si fosse ritagliata attorno un fossato di cocci di specchi e ringhiasse rabbiosa e vana all'invisibile nemico, in realtà da se stessa accecata e da nessun altro.
Non tollero più (e dire "più" prima ancora di poter partire ha quasi un che di ironico) che il rapporto millenario tra le parti sia ridotto ad una serie di beghe da pollaio che fa dell'Architettura un'aporia continua, dove dovrebbe farne invece il luogo di un Aufhebung trionfante sebbene mai autoreferenziale.
Penso, ancora, a quel vizio di vanità (s'intenda nel significato etimologico) diffusa tra gli studi, nelle scuole; guardo gli appunti di Pagano e constato che, se pure letti così come sono, nell'assoluta mancanza di una sintassi qualechessia, supererebbero in contenuti e persino in forma l'insieme di tutte le conferenze e di tutti i discorsi che ci è dato di ascoltare allo stato dei fatti, anche dalle più illustri bocche. Non si ha più nulla da dire e lo si dice ugualmente; mi meraviglio che si scrivano ancora saggi, e quanti, e con quanta penuria di significato.
Chi fa il danno peggiore? Chi, a tutti i livelli, castra nel nome soffocato di un contegno insignificante il desiderio di tragedia che serpeggia ovunque si concentrino intelletto e stomaco, pensiero e membra, carni, unghie. Se questo sentimento sia popolare o meno, non sono in grado di dirlo. Che nasca da meccaniche divine è certo.

Insomma, pare che di invettiva si sia trattato ugualmente, alla fine dei conti. Pazienza.
Ah, quanto al numero 763 di Casabella, beh, è chiaro che non l'ho nemmeno letto. Lo farò, ovviamente. Ma mi farà cambiare avviso?
Sia benedetto il sangue,
Maat

15.1.08

Ufficiale: Maat è innamorata.

Ovvero: per tutti quelli la cui intelligenza si sentiva offesa da Conan e dai suoi pezzi di nastro adesivo e di filo da pesca

Era raro già quand'ero piccola che mi appassionassi tanto ad un fumetto o, in generale, ad un personaggio di fantasia, e in ogni caso non mi capitava più da anni.
Ma, da qualche settimana, ho trovato l'amore.
Consiglio a tutti voi la lettura del manga o la visione dell'anime (non ancora tradotto in italiano) dal titolo Death Note.
Un escamotage a prima vista pretestuoso genera una trama mozzafiato. Pane per i denti di chiunque ami mettere in discussione il proprio quoziente intellettivo. Un vero capolavoro per la sceneggiatura di Tsugumi Ohba e per i disegni di Takeshi Obata.
È possibile vedere le puntate della serie animata cliccando qui.
Buona lettura, o buona visione.


10.12.07

Senza parole.

24.11.07

Alle volte bisogna ammetterlo.

Siamo pieni di pregiudizi. Io sono piena di pregiudizi.

Ieri camminavo tristemente per Piazza Umberto, col mio solitario yoghurt di Yogo tra le mani, e per mangiarlo più agevolmente (data la credo nota scomodità del tutto) mi son seduta a una panchina.
Alla mia destra vedo un folto gruppo di persone, pallidini, vestiti di scuro, tristemente, in modo assai passé. Li sento parlare animatamente una lingua sconosciuta. Penso: certo che gli Ucraini l'hanno proprio monopolizzato, il giardinetto.
Al che questi si alzano decisi ad andar via, e mi passano vicino. Ad un'analisi più attenta, il loro idioma si rivela essere dialetto di Molfetta. Stretto.

Andati i falsi Ucraini, li sostituisce un manipolo di punkabbestia. Li osservo rispettosamente, ma mi riconosco diversa da loro. Hanno un'estetica convincente ed a tratti affascinante; ma poi, penso, per lo più sono dei disadattati. Chissà i loro affetti, chissà se hanno una stabilità emotiva migliore della mia, chissà se la loro famiglia li vuole ancora.
Al che, uno risponde al cellulare (la cui suoneria era peraltro The Entertaniner di Gershwin*) e fa: «No Ma', non ti preoccupare. Devo andare 'sto pomeriggio con Nonno Vito.»

Infine, di ritorno a casa, vedo una graziosa famigliola composta da una giovane mamma e due bambini con cartella; a giudicare dai tratti somatici, probabilmente mauriziani. Penso: un giorno avremo anche noi i nostri immigrati di seconda e terza generazione, e saranno italiani a tutti gli effetti. Questo giorno è lontano ma lo aspetto con ansia.
Poi, la mamma si rivolge al pargolo con un impeccabile accento barese.

Alle volte bisogna ammetterlo. Integrare (davvero) le diversità nel proprio cervello è più difficile che farlo nelle proprie strade.



*Errata corrigo: come mi si fa giustissimamente notare, ovviamente Scott Joplin.

16.11.07

Interassi

Stasera mi sento peculiarmente disordinata, per questo ho deciso di sedermi qui e scrivere seguendo un istinto che spesso ignoro, qui, altrove, convinta da un consueto pudore che esistano argomenti d'interesse, ed argomenti no; per esempio, l'altro giorno sono andata all'ultima puntata di Silence, il festival di musica acusmatica i cui manifesti per il secondo anno consecutivo ho visto affissi al Politecnico, ma l'anno scorso non ero riuscita ad andarci, insomma lo fanno sempre intorno al mio compleanno. Oh, il mio compleanno, mi sarei aspettata un ricambio maggiore di affetto, ma evidentemente non è annata; le locandine di Silence, dicevo, che figa quella di questa edizione, ho stretto pure la mano al tipo che l'ha fatta e adesso fa bella mostra di sè in camera. Non il tipo, la locandina.E quindi, la musica acusmatica. Senz'altro un argomento d'interesse, sì, senz'altro. Come del resto se vi parlassi di che cosa ha detto Francesco dal Co in Casabella 758 a proposito della nuova biblioteca di Toyo Ito a Tokio, citando l'aforisma 24 del Crepuscolo degli idoli. Ma è che oggi sono andata in un negozio, ho chiesto se qualcuno avesse, pietà, una camicia bianca - insomma non volevo poi tanto, una camicia bianca, una camicia bianca è amica... - e quella ha fatto quella cosa che tutte le donne odiano. Prima con aria indifferente mi ha chiesto «che taglia?», e poi, quando le ho risposto, l'affronto: in quel millisecondo strafottuto mi ha scrutata tutta, porca miseria. Che fai, non ci credi? Se ti ho detto quaranta vuol dire quaranta brutta stronza, secondo te mi prendo le cose più strette per far bella figura con te? No dico, c'ho ventitré anni, conoscerò il mio corpo, certo non siamo amici ma ci siamo frequentati per un bel pezzo, poi vabé, io non l'ho più cercato, lui mi ha mandata a culo e culo ha detto «beh?», insomma lunga storia, storia travagliata, la nostra, una brutta storia.
Poi non so, ieri notte non ho dormito quasi niente, avevo mal di schiena. Ho anche comprato una cravatta per festeggiare, e ciò senz'altro mi va molto indie-tro nel tempo a Marlene Dietrich, che per arrivar da lei lo dice il nome stesso che devi tornare in dietrich, quando ancora faceva scandalo per le cravatte, ma poi a conti fatti mi sa che indecisa lo era sul serio, mah, cazzi suoi. Poi niente, così, le cose. Io, l'architettura, sapete, roba del genere, roba di quelle che non sai mai, gliene frega a qualcuno, oppure no, insomma me lo chiedo, ecco, mica come quelli che ogni parola pare cachino oro, certo qualcuno ci riesce, e credo faccia malino, oddio, è tutta una quesione di ordini di grandezza e del resto pure una pagliuzza pagliuzzetta lo nobiliterebbe un mucchietto di merda, o no? No, dice il contadino, c'è oro e oro e c'è merda e merda e i contadini, è noto, sanno quello che dicono, e siccome sanno molto parlano poco, c'è pure un proverbio swahili, com'era?, bah, quante cose dimentico, sempre dimentico / che non ho ali per volare, ma questo non fa certo di me un contadino, e quindi ecco gli sproloqui, ecco tutto, eccomi qui, ed eccoci anche voi.

20.9.07

Zeitgeist

Nessuno di voi ha la sensazione di essere vicino al bordo di un baratro? Insomma, non dico come persone, dico come epoca storica. Io sì.
Mi sento come sotto una cappa d'aria stagnante. L'architettura è viva più che mai, certo, ma come dissi, essa è sempre in ritardo di un secolo su ogni cosa. Per il resto, tutto è fermo in attesa di.
Vedete, è come se, hegelianamente parlando, fosse arrivato il momento, come se tutti noi avessimo bisogno di un rinnovamento. Ci vuole, chessò, una terza guerra mondiale.

Ma per fortuna ci sono quelli che lo spirito del proprio tempo lo percepiscono alla perfezione e, grazie a Dio, sembra stiano lavorando intensamente per accontentarci.

30.3.07

Dio benedica la gente illuminata

(...) solo un’università che insegni a comprendere, che non si basi sul sapere ma sul metodo della comprensione del sapere sarebbe integrata nella cultura. [...] del sapere si può fare un’abbuffata, ma la comprensione richiede tempo, e chi sottrae tempo alla gioventù non le permette di giungere a maturazione. Chiunque può essere diligente, ma per la creatività è necessaria una certa dose di pigrizia, senza la quale i sapienti non possono raccogliersi in sé stessi, e vengono al mondo troppo presto, come parti prematuri.

[Friedrich Dürrenmatt, 1977]

E c'è chi dice che è proprio l'aforisma "per me" :D

18.3.07

Note a margine della nebbia

Mi ero dimenticata come la compagnia di Me Stessa potesse piacermi assai più di quella di chiunque altro.

Me Stessa non fa domande sciocche. Posso stare in silenzio per ore con lei, senza sentirmi in imbarazzo.
Me Stessa ha gusti più simili ai miei di quanto pensassi.
Mi piace quel modo che Me Stessa ha di ritagliare per noi due sole piccoli angoli di bellezza nel mondo.
Me Stessa intuisce sempre al volo ciò che intendo.
Me Stessa condivide sempre tutte le mie ansie e le mie estasi.
È incredibile come io e Me Stessa abbiamo lo stesso senso dell'umorismo.
Me Stessa mi fa sempre i regali più belli.
Inoltre, conosce a memoria tutte le canzoni che canticchio per strada, e sembra quasi sempre gradire che io lo faccia.
Me Stessa non mi critica mai per i miei eccessi. Se mai, mi critica nei momenti di stagnazione.
Me Stessa mi accompagnerebbe ovunque, e mi suggerisce sempre deliziose follie che da sola probabilmente non farei.
Credo che sia l'unica persona con cui mi trovo veramente a mio agio.




15.2.07

Cronaca di una vita universitaria

Ho capito: mi sento vivere solo quando il mio corpo fa sforzi paragonabili a quelli del mio cervello.

Oggi: casa - Poliba - casa, a piedi con addosso Pablo (per chi si fosse messo in ascolto soltanto ora, è il mio portatile), la borsa solita con dentro proverbiale astuccio, agenda, AA. VV. - Progettare tetti e coperture, AA. VV. - Repertorio di particolari costruttivi per l'edilizia residenziale, Yunus Cengel - Termodinamica e trasmissione del calore (testi universitari di architettura tecnica e fisica tecnica) ed una busta con dentro le stampe di AT2, una copia degli ultimi numeri di AREA e di CASABELLA (riviste di architettura in costosissime e pesantissime carte patinate).

Insomma: quanto fa 11 kg x 5 km?
Che ne so. Sono solo un ingegnere, io.




















[Foto: io in un momento di pausa.]

Inoltre: Sigmund, corro in tuo aiuto!! Ho trovato un suggerimento per te: heimlich puoi tradurlo liberamente con confidenziale, in italiano. Che ne pensi? Ha anche qui quell'inquietante doppio senso. ;)

8.1.07

Incompréhensible

S'il se vante, je l'abaisse,
S'il s'abaisse, je le vante;
Et le contredis toujours,
Jusqu'à ce qu'il comprenne
Qu'il est un monstre incompréhensible.


[dai Pensées di Blaise Pascal]


3.1.07

Un pugno di felicità, tutta per me, tutta da te

«Intanto io rifletto, chi lo sa, forse la vita è tutta qua
abbiamo un bel cercare nelle strade e nei cortili,
cosa c'è, cosa c'è?
C'è un mondo che si chiude se non ha un pugno di felicità
io sono sempre triste, ma mi piace di sorprendermi felice
insieme a te.»

[Da Paolo Conte - Wanda]

1.1.07

Non amare, e non essere amati.

È semplicemente il prezzo d'essere se stessi (?).

12.12.06

Ich bin: Einfhülungsvermogën


[Intuito, Tommaso Garavini]

29.11.06

Specialità del giorno

Umore corrente: come quando ti dici: "qualsiasi cosa io sappia fare c'è qualcun altro che l'ha fatta molto meglio, nella metà del tempo e dieci anni fa".

Conclusioni: nella tana del dubbio si è soli, e fa un gran freddo.