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4.7.09

È necessario vivere / Bisogna scrivere

Ovvero: è tutta colpa di Facebook

Ogni tanto ritorno a scrivere su questo blog che, per la verità, non solo non ho mai deciso di abbandonare, ma per il mio subconscio è ancora tutto sommato parte integrante della mia attività nel mondo.
Come qualcuno saprà, parte dei motivi che mi portano ad aggiornarlo sempre meno spesso sono costituiti dal fatto che ne ho aperto un altro completamente dedicato all'architettura, e poiché ho ormai un'età veneranda, è bene il caso che orienti il mio tempo alle cause serie più che alle famose "divagazioni" del non sapersi accontentare.

E però, a dire la verità, non è che Il nido sia poi un fattore gravitazionale sufficiente ad esaurire il mio tempo o i miei argomenti; oggi, grazie ad un dialogo assai interessante con Salvatore D'Agostino (http://wilfingarchitettura.blogspot.com/), capisco che è tutta colpa di Facebook.

Facebook sembra fornire il massimo livello di libertà individuale nel livellare qualsiasi gerarchia permettendo, almeno in linea di principio, il contatto del contadino tailandese con il presidente degli Stati Uniti.
Se è vero che anche i blog costituiscono un rivoluzionario strumento di democratizzazione, permettendo a chiunque di condividere qualsiasi cosa, abbia essa un qualche valore o meno, essi conservano ancora una struttura che lascia all'utente della rete una vastissima libertà di scelta circa il numero e la tipologia di blog da seguire e stabiliscono così ancora una scala di valori che si può definire meritocratica: un bravo blogger avrà molti lettori; un pessimo blogger scriverà solo per sè. In sostanza, una scala basata sul buonsenso.

Facebook ne è completamente privo. Il meccanismo dell'"un'amicizia su facebook non si nega a nessuno" e l'assoluta impossibilità di indicare una scala di priorità nei legami con tali amicizie generano un bombardamento di informazioni completamente inutili e per lo più fastidiose che è impossibile disciplinare in qualsiasi modo. I pochi strumenti a disposizione per modificare le opzioni di visualizzazione delle notizie, infatti, comprendono soltanto scelte bistabili (ON/OFF) da operare nei confronti delle persone anziché di quello che esse condividono (fatte salve alcune applicazioni). Tale livello di personalizzabilità del servizio è assolutamente inaccettabile per quello che si ritiene ormai lo strumento principe del web 2.0.

Ma veniamo al dunque.
Questa inutile, dannosa sovraesposizione a fatti di importanza meno che nulla (tecnicamente: stronzate) e/o a loro descrizioni di livello pre-alfabetico annichilisce il desiderio del blogger "tradizionale" di condividere ulteriori informazioni, benché magari strutturate e circostanziate a dovere, perché a un livello anche conscio egli raggiunge il troppo pieno prima ancora di metter mano alla tastiera.
Questo per dirla alla maniera meno dolorosa possibile. A voler guardare più a fondo, in realtà, probabilmente c'è anche dell'altro.
Facebook sta uccidendo i blog, in sostanza, e non sono certo solo io a dirlo. Solo che me ne sono resa conto soltanto adesso, considerando l'effetto sulla mia stessa persona. Perché erano nati i blog, sarebbe a questo punto da chiedersi? Per desiderio di condivisione. Un desiderio alle spalle del quale c'è, ovviamente, una percentuale altissima di esibizionismo proprio della maggior parte degli esseri umani.
Bene, tale desiderio di condivisione/messa in mostra di sè trovava con i blog la possibilità di tradursi nella diffusione rapidissima di contenuti anche di grande interesse. Trasformava potenzialmente vizi in virtù.
Facebook, al contrario (esasperando tra l'altro una tendenza già presente in Twitter) altro non è che un sito che fornisce per via endovenosa sostanzialmente la stessa dose di soddisfazione generata dall'aver mostrato qualcosa di sè a qualcuno, ma nella forma al più di una frase associata al proprio nome (eredità del messaggio personale di Messanger) o di un link, o di un test. Poco di più. Lo stesso strumento delle note è fallimentare nella sua assoluta scomodità.

Non è difficile quindi cadere nella trappola: perché non c'è miglior modo di far tacere chi ama chiacchierare che riempirlo di chiacchiere consentendogli di rispondere a monosillabi.

Allora, il mio appello è ai tanti bravi blogger che conosco. Non smettete per nessun motivo. E usate Facebook il meno possibile. Lo usate già poco? Usatelo la metà di quel poco. E attenzione ai contentini.

P.s.: se per caso questo post vi avesse generato un qualche desiderio di rispondere, non fatelo su Facebook. Venite qui, bussate alla porta di quelli con cui vi interessa davvero interagire. E imparate a ignorare tutti gli altri.


20.7.08

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine


Da più parti mi si chiede cosa sia della mia ispirazione, in quale oscuro antro della mia vita mentale l'abbia ricacciata, e in cambio di cosa; l'unica risposta che mi è dato fornire è che non c'è una risposta degna d'essere fornita. Ho da studiare, sono molto stanca, non trovo il tempo, sono le forme verbali sotto le quali al mio meglio riesco a trasferire, a chi me lo chiede, il senso di questo repentino silenzio che avvolge I caratteri, e me, da lunghi mesi a questa parte.
Forse una sorta di horror pleni conseguente al disordine cronico da cui la mia vita è affetta da sempre, o, almeno, da quando ho ricordi: il silenzio di tutti i sensi, e dei sentimenti, che vuole permettere un defrag complessivo della mia intelligenza. Voglio ricominciare facendo tabula rasa di tutta la zavorra che ho accumulato fino ad ora.
Avrei senz'altro bisogno di cambiare casa.
Avrei probabilmente bisogno di cambiare città.
Avrei forse bisogno di cambiare compagnie.
No, forse no.
Mi basterebbe cambiare punto di vista, e se c'è una sola cosa per la quale salvo l'estate, questa è la possibilità che mi dà di poter leggere liberamente romanzi, cioè autori, di trasformarmi in essi, di assumere la loro ottica e vivere una piccola vita lunga approssimativamente un mese, una vita nuova, una prospettiva fresca, come la mia piccola stanza persa nel Salento, bianca dei suoi pochi oggetti, quasi tutti cimeli di viaggio.
L'anno scorso è stato H.H., in cui ho scoperto un amante / alter ego teutonico perfetto. Quest'anno avrei voluto tuffarmi in qualcun altro, ma non credo che sarà possibile.
Studierò, ma se mi riesce, lo renderò un piacere altrettanto visceralmente raffinato.

E in autunno tornerò rinnovata, almeno un poco, e riprenderò a scrivere.
Lo prometto.
Prima, magari, aprirò la finestra e passerò un poco la pezza qui dentro, perché sento odore di chiuso, e c'è polvere ovunque.
E intanto vi farò quella sorpresa di cui vi stavo parlando. Ci sto lavorando, non temete.

20.2.08

I want to erase architecture.

Questo era il titolo (rubato a Kenzo Tange) che, alcuni giorni fa, ero decisa a dare ad un post il cui concepimento andava definendosi a partire - ovviamente - da certe vicende personali che negli ultimi tempi avevano ingenerato in me svariati dubbi ed inquietudini riguardo la nostra amata materia.
Sarebbe dovuta essere, in sostanza, una specie di invettiva home-made, di quelle di cui solo si riempie la rete, potremmo dire, quando c'è da parlare di architettura da parte di voci in vario grado addentro al settore. Una invettiva alla mia maniera, naturalmente; ma pur sempre un'invettiva, con tutto ciò che questo comporta ma, soprattutto, con tutto ciò che questo non comporta, in termini qualitativi.
E invece, il passaggio per le mie mani dell'ultimo Casabella ha fatto scatutire una subitanea inversione di tendenza nello stato d'animo di fondo alla mia titubante quotidianità.
Aprire l'omaggio a Pagano è equivalso, per me, all'essere investita da un inesplicabile groviglio di sensazioni tra le quali distinguo a fatica orgoglio, terrore, affetto e riverenza e che nell'insieme di tutte mi hanno rovistato nel profondo fino a causarmi evidenze di un certo effetto anche a livello fisico.
Pagano era un poeta. Una gioia incontenibile ha accompagnato questa mia scoperta. Architettura e parole, architettura di parole, parole di architettura: è stato possibile: è stato reale: è ancora meraviglioso. Il mio desiderio ha una correspondance in un altro intelletto. E quale! C'è ancora speranza.
Penso a Pagano e agli altri e vedo in loro quello che esigo dall'architettura oggi, probabilmente invano. Lo scioglimento del conflitto tutt'altro che eterno - secondo me recentissimo - tra (grande) Architettura e (grande) Ingegneria, tra (grande) Architettura e (grande) Urbanistica, tra arte altissima e mestiere nobilissimo, un conflitto che è lì come se l'architettura si fosse ritagliata attorno un fossato di cocci di specchi e ringhiasse rabbiosa e vana all'invisibile nemico, in realtà da se stessa accecata e da nessun altro.
Non tollero più (e dire "più" prima ancora di poter partire ha quasi un che di ironico) che il rapporto millenario tra le parti sia ridotto ad una serie di beghe da pollaio che fa dell'Architettura un'aporia continua, dove dovrebbe farne invece il luogo di un Aufhebung trionfante sebbene mai autoreferenziale.
Penso, ancora, a quel vizio di vanità (s'intenda nel significato etimologico) diffusa tra gli studi, nelle scuole; guardo gli appunti di Pagano e constato che, se pure letti così come sono, nell'assoluta mancanza di una sintassi qualechessia, supererebbero in contenuti e persino in forma l'insieme di tutte le conferenze e di tutti i discorsi che ci è dato di ascoltare allo stato dei fatti, anche dalle più illustri bocche. Non si ha più nulla da dire e lo si dice ugualmente; mi meraviglio che si scrivano ancora saggi, e quanti, e con quanta penuria di significato.
Chi fa il danno peggiore? Chi, a tutti i livelli, castra nel nome soffocato di un contegno insignificante il desiderio di tragedia che serpeggia ovunque si concentrino intelletto e stomaco, pensiero e membra, carni, unghie. Se questo sentimento sia popolare o meno, non sono in grado di dirlo. Che nasca da meccaniche divine è certo.

Insomma, pare che di invettiva si sia trattato ugualmente, alla fine dei conti. Pazienza.
Ah, quanto al numero 763 di Casabella, beh, è chiaro che non l'ho nemmeno letto. Lo farò, ovviamente. Ma mi farà cambiare avviso?
Sia benedetto il sangue,
Maat

29.1.08

Cercasi Misaki disperatamente

Ovvero: "Ecco, sono nei guai", parte II

Oggi sono andata in un bar nella piazza del castello di Trani ed ho bevuto una cosa deliziosa che rispondeva ad un nome proprio che ora mi sfugge, ma in sostanza era un té al peperoncino.
Allora, era una bustina e il complesso non aveva poi queste grandi qualità, ma cazzarola... era un té al peperoncino!
Lo voglio, lo voglio, lo voglio. Era rosso - e infatti sono certa che più che un té avesse come base un karkadé, ma va bene uguale -, asprigno e... appena un po' piccante. Adorabile!
Sono quasi sicura che la marca della miscela si chiamasse Misaki, sapete, una di quelle che producono quarantasette tipi di miscele aromatizzate ai gusti più assurdi (per lo più porcherie, ovviamente) oltre che infusi e tisane d'ogni genere e sorta: una di quelle tipo l'Eraclea, per capirci.
Solo che non trovo alcun riferimento in rete, dannazione, a parte ottantottomilacinquecento giapponesi dai diversi gradi di stronzaggine che si chiamano così.
Insomma, se qualcuno di voi debosciati sa dirmi dovecomeeperché si possa comprare questa meraviglia, mi faccia un fischio.

Ah, se vi state chiedendo il perché dell'immagine, beh, anche quella è Misaki, provare per credere. Se non altro con questa foto avrò attirato l'attenzione di voialtri ben più che con qualche ennesima laconica fogliolina di té. Stramaledetti pedofili.

1.3.07

Un lancinante desiderio di Architettura

Mi sento così sola nella mia ricerca. Dannazione, speravo che all'università avrei trovato altro. Nella fattispecie, con chi costituire il mio personale nucleo bohèmien, fondare una Scuola di Bari per la rivoluzione totale delle arti e delle architetture.
Questo Amore si è preso una scarpa, un dente, e buona parte di me... ma, me sola? Non voglio crederlo.


Il Politecnico è una strana parte di mondo. Diciamo, una parte sufficientemente variegata da rappresentarlo efficacemente quasi per intero. Una qualità ambientale mediamente scarsa, con i suoi 17 anni di esistenza e gli acciacchi di mezzo secolo, il buon verde, ma che potrebbe essere più verde, il bel ponte sulla piazza coperta a vetro, e ovunque le cacche dei piccioni, le aule a Scianatico e l'aula P. Il DAU e il DEE. La biblioteca e il centro stampa. Il sole dalle vetrate. Il neon. I rapporti con l'AAM e quelli con le aziende. ISF e il mondo reale.



Cosa può venir fuori da tutto questo? Sono autorizzata ad aspirare a qualcosa di grande?


Ho sperato in un carnevale a Dessau, mi sono (pur-troppo) fidata del Paradiso, adesso!, tanto che al suo solo ricordo, mi vien da vivere.

Oh, fratelli disseminati per il mondo! Prendete la mia mano, sporchiamoci di carboncini premonitori! Cosa aspettiamo? Sono qui, sono io che cercavate per il nostro riscatto.


E invece, qui davanti al computer, incapace forse io di vedere in altri occhi il mio stesso bruciare, ma dico, quanto scavare tra l'inettitudine e l'arrivismo? Cercavo amore puro ed ho trovato futile odio, impeto e ed ho avuto noia; ho richiesto un indice di gradimento, mi hanno risposto con un medio di disillusione.

Continuerò il mio solipsistico viaggio finché non sarà qualcuno a cercare me?

Rispondete, se esistete, irrequieti.

26.2.07

10 cose che avreste dovuto sapere sull'equitazione...

... e che non avete mai chiesto, perché siete dei maledetti spocchiosi e credevate di non averne bisogno.

1. L'equitazione è uno sport.

Uno sport vero, nel senso che uno suda, dimagrisce, si fa i muscoli e torna a casa coll'acido lattico nelle vene.
No, non è che il cavallo si fa il mazzo e tu stai spaparanzato tipo in poltrona. Esiste una lunghissima serie di esercizi massacranti per il cavaliere, e tutto non per il mero gusto di rassodarsi le chiappe, bensì per rendersi capaci di restare in sella in (quasi) tutte le situazioni.Avete presente quel grazioso "su e giù" che il cavaliere fa sulla sella quando il cavallo trotta? Provate a fare lo stesso senza staffe.
Le staffe sono un utile appoggio attraverso cui il cavaliere trasferisce parte del suo peso al cavallo e quindi a terra, ma egli deve garantirsi sicurezza mediante una pressione forte e continua delle gambe sulla sella, il che mette paurosamente sotto sforzo i muscoli dell'interno coscia.
Inoltre: un cavallo può sollevare un uomo di 70 kg col solo collo, senza particolare sforzo. Credete dunque che questo collo non abbia la forza sufficiante a vincere quella delle vostre esili braccine? Bicipiti, tricipiti, deltoidi e dorsali non se la passano meglio degli adduttori della coscia.

2. L'equitazione non è una cosa per signorine con la puzza sotto il naso.

E qui si potrebbero aprire fior di parentesi, che riassumerò nei seguenti punti:
- il cavallo non si pulisce da solo e non esistono folletti magici che lo facciano per voi dopo il tramonto. Se vorrete andare a cavallo dovrete avere a che fare di frequente con fango, terreno, polvere, escrementi vari, bave e peli, peli, peli.
- di per sé, la cura del cavallo è faticosa quanto la monta. Una serie potenzialmente infinita di operazioni precede e segue il momento della monta, la maggior parte delle quali prevede a sua volta fatica fisica direttamente (strigliate o tosate più di due cavalli di fila e comincerete a credere all'incredibile) o indirettamente (trasporto di oggetti pesanti disseminati in genere ovunque per la scuderia), e comunque non vi permette, se siete donne, che la vostra manicure duri più di 45 secondi. Se siete uomini, 30 secondi.
- il cavallo è allo stesso tempo immensamente più forte e immensamente più stupido di voi. Il che, credete, causa una lunga serie di inconvenienti. L'animale ha spesso emozioni per noi non sempre sensate e non è detto che sia semplice tenere a freno 600 kg di "emozioni insensate".


3. Per imparare ad andare a cavallo ci vogliono anni di apprendimento ed esistono varie scuole con metodologie diversissime tra loro.

Quindi, per pietà, non dite che sapete andare a cavallo se una volta a Pasqua avete fatto un giretto in campagna a dorso di mulo.


4. Il cavallo è un essere pensante.

Checché io stessa abbia detto della esiguità delle potenzialità intellettive di un cavallo qualora rapportate a quelle di un uomo (e ci sono comunque casi umani che renderebbero a questo proposito il dibattito assai interessante), l'animale è capace di ragionamenti assai lucidi, per quanto semplici. Un cavallo capisce con semplicità se un cavaliere è principiante o esperto ed agisce di conseguenza (coi principianti portando pazienza, sì, ma anche prendendosi libertà che l'esperto non gli lascerebbe), percepisce ansie e sicurezze del partner, esprime con estrema chiarezza bisogni, paure, allegria, nervosismo, rabbia, noia, affetto e spensieratezza. Riconosce persone e cose, impara in fretta, anche a prendervi in giro.

5. Il cavallo non è un essere umano.

E quindi non lo riempite di ninnoli e fiocchettini per lui completamente privi di significato. Non pretendete che sopporti bambini che gli scorrazzano tra le gambe o gli si attacchino alla coda. O che accetti smancerie a tempo indeterminato: le dimostrazioni d'affetto sono gradite, ma senza eccessiva invadenza.

6. Chi va a cavallo non è un fantino.

Un fantino è esclusivamente il cavaliere che partecipa alle gare di galoppo o di corsa ad ostacoli; gli altri vengono detti semplicemente cavalieri ed amazzoni, a seconda del sesso. E non devono attenersi a restrizioni di peso ed altezza, perché esiste un cavallo per qualsiasi stazza.

7. Andare a cavallo non fa venire le gambe storte.

Fidatevi.

8. Da cavallo si cade.

E molto, decine di volte, soprattutto all'inizio. Dunque non crediate che ogni caduta da cavallo presupponga nella migliore delle ipotesi una paralisi totale del malcapitato solo perché è accaduto a Christopher Reeves; la maggior parte delle cadute avviene senza alcuna conseguenza (se non per l'amor proprio). La prudenza, ovviamente, non è mai troppa, e quindi è d'obbligo l'uso del cap (casco con mentoniera, rivestito in velluto).

9. Il cavallo non salta a comando.

Sembra che una delle curiosità che più affliggono i profani dell'equitazione sia questa. Mi è stato chiesto una marea di volte se i cavalli, posti di fronte ad un ostacolo, saltino spontaneamente o abbiano bisogno di uno specifico comando per farlo.
Ma porca miseria, credete sul serio che un mammifero, se diretto a 60 all'ora contro una parete di legno, ci si chiatri su fracassandosi le ossa a meno che non lo diciate voi?! Ma è chiaro che un cavallo salta ugualmente, se ne ha voglia. La riuscita tecnica di un salto deriva però ovviamente dall'affiatamento del binomio, dalla correttezza dell'avvicinamento all'ostacolo e quindi anche in gran parte dalle prestazioni del cavaliere.


10. Per andare a cavallo non è necessaria una giacca rossa con le code e dei pantaloni bianchi.

Il che fa il paio col punto 2. Gli abiti che userete per andare a cavallo si sporcheranno ed usureranno con facilità. Esiste quindi un abbigliamento specifico, con tessuti e cuoiami studiati per resistere nelle zone di particolare stress e creare la massima comodità, ma non si tratta comunque dei pantaloni bianchi e della giacca rossa che figurano nell'immaginario comune. Quelli sono abiti esclusivamente per la monta inglese, da concorso, e in ogni caso si differenziano a seconda delle discipline.
E non solo: per la monta western, non è che uno si mette un cappello a larghe tese, gli speroni a stella, comincia ad agitare braccia e gambe gridando "yyyyyyehhaaa!" e il gioco è fatto...

***

Bene, spero che questo sussidiario vi sia stato utile, ma soprattutto spero sia utile a me, acciocché alla prima colossale stronzata che mi viene detta o richiesta io possa direttamente indirizzarvi qui ed utilizzare in modo più proficuo il mio scarso tempo.

Sentitevi dunque pure liberi di chiedermi tutto quello che volete, purché non trovi già risposta in queste 10 maledettamente frequently asked questions.

A presto ;)


23.1.07

Firma anche tu!

Petizione

Contro lo sfruttamento di questo Dio Padrone

Per una Libera Riconvertibilità del Denaro in Tempo

Basta, siamo stanchi! È ora di finirla, non è più l'epoca dei Tuoi sporchi privilegi!
È arrivato il momento che l'umanità si renda conto che il tempo è un bene comune, e spetta di diritto a tutti gli uomini e a tutte le donne! Non siamo più disposti a vedercelo strappar via con l'ignobile scusa per la quale saremmo ricompensati in danaro, quello stesso che si vuole che noi si spenda in vilissima merce!

È per questo motivo che:

Associazione Aventi Diritto Uniti, ADOCN - Associazione Donne sull'Orlo di una Crisi di Nervi, Associazione Filosofi a Tempo Perso, Associazione Hobbisti Compulsivi, AIV - Associazione Indecisi Volontari, AIVA - Associazione Impiegati con Velleità Artistiche, Associazione per la Cultura Enciclopedica, Curiosi & Curiosi Associati, LaRecherche O.N.LU.S., Ordine degli Intellettuali Generici, PDI - Pieni di Impegni Onlus, Sindacato Esseri Viventi, S.MU.S.MA.NO.P. - Sindacato Musicisti Sì Ma Non di Professione, STN - Associazione di promozione personale Sappiamo Tutto Noi, Studenti Frustrati Onlus, Studenti Secchioni Onlus, Superamici Onlus

ESIGONO
entro il 2007 la liberalizzazione del mercato del tempo, da attuarsi mediante la creazione di sportelli di scambio tempo - denaro, con prezzi calmierati (1 euro = 1 ora) per la durata di mesi 12. Esigono altresì convenzioni statali per le piccole e medie imprese (che tanto di grandi non ce ne sono).
Se entro il giorno 29.01.08 Essi, nella persona di Dio, non avranno adempiuto alle richieste succitate, e se alla data del 29.07.07 i Firmatari non otterranno in forma scritta prova dell'avvenuta presa visione della presente e dell'impegno a soddisfare le istanze proposte, sarà indetto uno sciopero generale di tutte le categorie dell'universo a tempo indeterminato.

I Firmatari


17.1.07

Che voi siate maledetti :D

E io, che ci casco semprissimo, acconsento volentieri. Almeno aggiornerò una buona volta, visto che sto - bloggamente parlando - in stasi produttiva da un bel po' troppo.

E dunque:

«... dell'opera d'arte è necessario e nulla si può aggiungere e nulla sottrarre, sarebbe rotta se si sopraelevassero ancora due piani?
- la simmetria: è l'equilibrio negli edifici formali, a carattere... »

Interessante? Coinvolgente? No? Peggio per voi. :D

Sono, come richiesto dal buon ABS/Prostata, le righe 6, 7, 8 della pagina 123 del primo libro che ho sottomano, ovvero quello che sto per concludere, altrimenti noto come Saper vedere l'architettura, del gran Bruno Zevi. Un must per chi ama la prima delle Arti Liberali.

Ma, lo confesso, sono stata assai tentata di fornirvi le righe 6, 7, 8 della pagina 123 de Le valutazioni per lo sviluppo sostenibile della città e del territorio, di Fusco Girard e Nijkamp, ma non ho avuto cuore di sottoporvi a:

«... alternative non riconducibile a una sola dimensione, ma che obbliga ad un confronto multidimensionale, cioè allargato anche a parametri non monetizzanti e ad un processo pubblico di partecipazione.»

Insomma, lo capite benissimo perché volevo scansarvene :D
E poi tanto non lo leggerò mai tutto...

Ma, dunque, fatto questo inutile giochicchio, passo immediatamente la rogna a un po' di voi: Inafferrabilerey, *A*N*G*E*L*, Jack Frusciante, Indiano, Lalogica, Suncesija, The Legs e Il Jere'!

Riecco più chiaro il regolamento, visto che son stata pressochè incomprensibile.

REGOLAMENTO:
Piglia un libro, il primo che hai sottomano, vai a pagina 123, salta le prime 5 righe e scrivi le successive 3.

Zazzazzero,
Maat.

12.10.06

E che sia un dibattito.

- Per tutti voi bloggers. -

Oggi richiedo il vostro intervento, miei cari, perché asfissiata dalla noia del mal di vivere intendo interrogarmi a dovere sull'argomento.
Quel che mi spinse ad aprire un blog fu a suo tempo il desiderio di esternare mie proprie digressioni sulla bellezza (i quattro percorsi estetici fin qui analizzati ne erano solo una delle sfaccettature) avendo la libertà, che non avevo altrove, di mostrare e sviscerare pubblicamente argomenti di mio personale interesse. Difatti, prima di aprire I caratteri, la mia casa - in coabitazione - era il forum ControCultura del sito Skakkinostri (potete visitarlo attraverso il link che fornisco qui accanto), nel quale fiorente era il dibattito quotidiano su temi notevoli. Decaduto il livello della discussione ed abbandonata, o quasi, la piazza da parte dei migliori partecipanti (causa, questa, o conseguenza del declino, non sono in grado di dirlo) e quindi perso lo stimolo a proporre argomenti "strani" come i miei personalissimi, che sarebbero stati accolti con rispetto solo da coloro con cui potevo condividere un'altissima stima reciproca, io pure ho disertato quella scena e mi sono concentrata qui.
Salvo poi risvegliarmi dopo alcuni mesi con la netta sensazione di essere più sola di prima.
Certo, un blog si presta a diventare zibaldone di cose private (bah) e non manca la tentazione a rivolgere post enigmatici a pochi precisi destinatari: non sono stata infatti esente neanch'io da quest'uso un po' deviato, accademico, retorico e patetico.
È solo che oggi sono stanca, e chiedo a voi di trasformare questo posto, anche per poco, in un surrogato di forum e di farmi, in sostanza, un po' di compagnia nelle mie riflessioni su di esso stesso.
Quale senso ha un blog? Uno blog normale, intendo, non quello di Grillo o 7 in condotta od altri che contano ogni giorno migliaia di interventi ed hanno decine di collaboratori. Un blog normale, come il mio e il vostro.
Come si può non ammettere di essere autoreferenziali? O lo è solo chi, come me, parla praticamente solo a se stesso non avendo - per colpa o per sventura - la fortuna di possedere una larga cerchia di lettori/ammiratori che tengano viva la discussione?
Che valore ha la lezione frontale che l'amministratore di un blog impartisce al resto del mondo?
Cosa ha spinto voi a fare uso di questa piacevole sostanza?

A voi la parola. Se ne avete voglia.

14.3.06

La mia toeletta serale

Bisogna proprio che io scriva. In barba a chi dice che i blog fanno schifo e di conseguenza in barba a me medesima innanzitutto. E sì, perché dice bene Ismaele che non abbiamo ancora fatto qualcosa di buono nel mondo, né la piccolezza dei miei polpastrelli sembra voler far strada ad una futura The Maat Experience, come tanto desiderato…
Nella vita, forse, più che fare quello che si vorrebbe, si dovrebbe fare ciò che per Natura ci è stato donato di saper fare. Eccomi quindi alla mia toeletta serale, così, per imbellettarmi un po’ l’encefalo dopo giornate lunghe. E d’altronde, non è forse più semplice operare nel modo in cui riesce più facile beccare bei complimenti? Eheh. Imparate, bambini…

Sono talmente tante le cose che potrei scrivere, che davvero ancora non so quale stile adottare, ma direi che questa battaglia accademica con me stessa può chiudersi qui e passare a cose ben più sensate.

Ebbene, riverserò qui il mio pianto. In pubblico, sì, sfacciatamente condividendo tutto… ma mai proprio nel luogo di destinazione. Solo qui a casa mia, per tutti e per me sola. Insomma, per i pochi con la pazienza (e la curiosità) di interpretare.

***
«… quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.»
[G. P.]

Sono giorni complessi, in cui ognuno pretende qualcosa da me (o in cui magari semplicemente qualcuno ha bisogno di me: presuntuosa!). E curiosamente ho sulla schiena segni rossi di frustate che servivano a farmi andare avanti; che ci riuscivano, ma che alla lunga forse fiaccherebbero anche un elefante. Posso senza dubbio dirmi molto hamer, in questo: sono stata io stessa a desiderarle, a richiederle, a supplicare per esse.
Ma tutto ciò che c’è di sbagliato nel (piccolo) mondo è solo questo: che diversi modi di pensare non devono costituire altro che alternative interessanti per ognuno. Né posso tollerare che ci sia chi è costretto a fare le valigie… e per cosa poi, per il bene. Per il bene!! Accontentarsi della resa incondizionata per il quieto vivere… E chi è quel pazzo criminale che vuol vivere in quiete?! Non io, certamente!
Credevo di aver preso, di sfuggita e per un pelo (e anche sbagliando numero, c’è da ammetterlo silenziosamente), un tram che dritto dritto mi avrebbe portata ad una magnifica destinazione. Magnifica, in particolare, proprio perché così inaspettata da poter essere trovata per caso dietro il famoso barattolo di pelati. E invece, adesso, sempre più mi vedo nei panni dell’avvocatessa d’assalto con le necessità di attaccare e difendere continuamente, sempre meno mi sento amazzone di me stessa. Lavoro di scrivania, giacca e cravatta, capelli raccolti. Nulla a che fare, di certo, con una lunga gonna plissettata dal largo bordo d’oro e le ciocche annodate dal vento di montagna, qualche foglia d’ulivo qua e là.
Sempre meno mi sembra di far del bene.
Non posso condividere neppure l’idea di chi, per battere in ritirata e difendere la porta, fornisca sguardi trasversali o non ne fornisca affatto (preferisco obliquità di genuina malizia!). Vorrei fare un discorso attorno al focolare, quello stesso dove così poco tempo fa avevo creduto di trovare risposta a tanti interrogativi. Sto crescendo più in fretta ogni giorno che passa (se continuo così, mi consumerò presto… e, d’altra parte, quanto conviene diventare vecchi?), ma sto crescendo nel sospetto e ho bisogno di arrestare la mia parabola discendente. Devo ritrovare il sogno che alla mia Spett.le attenzione aveva portato un migliaio di euro di torte e tanti sorrisi sinceri.
Se la risposta è su quelle dannate verdi montagne oltre il mare, non sono in grado di dirlo, ancora. Di certo, speravo che mi si tenesse per mano un altro po’, sul ghiaccio. Ci avevo preso quasi gusto. :D
Dovrò accontentarmi di due punte di freccia incastrate nel miocardio. Che non portino cancrena, Dio santo… Ma tanto lo so che nemmeno questo servirà a niente. Perché troppo privée è questa stanzetta e chi dovrebbe leggere non leggerà. Posso al più sperare che una variopinta e cazzuta coppietta passi distrattamente da qui una volta, e mai pensi che stia parlando di lei. Ciao ragazzi!
Vorrei non dover dire che mi restano solo loro di tutto ciò che avevo prima. Non posso nemmeno più avere un pensiero felice e credo si sia calmato il vento. Per necessità di cose, certo… ma ho troppi sguardi cui non so che significato dare. Avrò pur una voce piacevole da sentir portare morfina al cuore, ma dopo? Cosa resta di un delizioso illecito piccolo casino combinato? Almeno il senso? Almeno, sarà servito?
O forse per salvarne uno ne ha rovinati tre? Comunichiamo, dannazione.
In collettivo.

E poi… di tanti sogni incompiuti forse ne resta uno solo che non voglio arrendermi ad abbandonare.
Ho bisogno di movimento, del Movimento. Ho bisogno di illudermi che il mio passaggio non sarà come gli altri. Cos’è questa ossessione di lasciare il segno, non so. Non temo la morte, ma mi secca l’idea. Ho la fortuna di poter dire che mi piace molto vivere e sono dell’avviso che forse sia questo il modo giusto. Anche con un mezzo infarto al giorno per le responsabilità prese (madre, figlia… quand’è che sarò solo sorella?), mi va bene; tanto poi c’è la lentezza di un tè arabo a riprendersi tutto e a restituire l’equilibrio. Perché diavolo ha chiuso, il Medina?? Vabè, mi accontenterò di un tè rosso preparato in cucina e del profumo di miele e incenso delle foglie bagnate che restano al fondo della tazza. Ce l’hai presente? Mi sembra di poterci leggere il futuro dentro…
E così aspetto il potere che si sprigiona da un virginale poetastro da bettola, da una giovane epicurea del massacro, da un cavaliere del secchio, da una anacronistica collega nel feticismo dei dettagli e da un marinaio viola, nonché, s’intende, da chiunque altro voglia unirsi a questo mio immaginario attimo fuggente e lasciare tra cent’anni che i bambini leggano di esso… ricordate? Anche al narciso philokalos (maledizione a blogspot che non c'ha i caratteri greci) che a tal proposito ancora non mi ha fatto capire quali intenzioni abbia… Ma ci saranno domeniche per ogni cosa, non temete. Non voglio appassire così.
Per il momento la mia gioia va in particolare al Paradiso, adesso! rincorso follemente sotto la pioggia di una serata “in maschera / giù la maschera” a sorpresa più etilica del previsto… e mai come in quell’occasione ho potuto pensare che gli antichi avessero ragione di dire: in vino veritas!

E infine, un ringraziamento particolare a qualcuno che dubito fortemente verrà qui a leggere tutto questo. A quel mio fratello (ci sono fratelli che si possono scegliere, sapete? ;D) che nel vigore dei suoi bruni undici anni (più di sei, ormai, regalati a me) è colui che più direttamente riesce a far sentire su di me lo scorrere del mondo nella sua potente interezza. Aspetto il prossimo concupiscente sodalizio, amico mio… prendimi e portami con te a respirare l’ondulatorio [quasi sessuale, no?] ritmo del vento.

Chiuderei qui, ma forse i miei venticinque lettori [eheheh… non funziona mica con tutti, scema :D] si chiederanno che ne sia dell’amore.
A prescindere dalla mia estrema riservatezza in proposito, se non parlo d’amore è perché è l’unico tra gli ambiti della mia esistenza a non smettere di regalarmi felicità senza chiedere (quasi) nulla in cambio. L’Amore è onnipresente nella sua delicata pazienza, pronto a fornirmi sempre una coperta sotto la quale proteggermi dalle ceneri della vita e risolvermi nell’androgino primordiale.
Sono convinta che l’arte (e la scrittura lo è, ammesso o meno che io ne sia artigiana capace) trovi sua massima giustificazione nell’espressione del male di vivere. E poiché l’amore non mi genera tali sensazioni, ahimé, temo proprio che terrò per me sola certe considerazioni in proposito. ;)

Bene, ho parlato abbastanza e credo di aver dato soddisfazione a molti.
Al prossimo criptico comizio, allora.

M, E, V